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Bamako? Si, noi ci andiamo

Diario di un viaggio, di Claudia Muccinelli
Parte 2

4 luglio 2014 , venerdì

E’ il giorno della partenza.
Non mi sembra vero, fino a ieri sera alle 18 ero in ufficio, a terminare le ultime pratiche, e questa mattina … sono in viaggio.
Incontro Anna in aeroporto, a Malpensa. Siamo tutte e due cariche di due valigioni (cioè due a testa), per un peso totale di 46 kg. ciascuna (tutti i bagagli sono accuratamente chiusi, e avvolti dallo scotch marrone da pacchi per sigillarle – siamo già in pieno “stile Africa”). Considerando che sia io che Anna siamo piccole di statura e minute, possiamo dire che, a testa, portiamo dei bagagli che eguagliano praticamente il nostro peso corporeo …
Comunque, nessun problema, dopo la consegna delle valigie al check-in di Malpensa, non ce ne dovremo più preoccupare, sarà la linea aerea (la TAP, nel nostro caso) a farle arrivare a Bamako !
L’imbarco ed il volo sono molto regolari, il nostro morale è alto, continuiamo a ripeterci “Noi andiamo avanti … alla grande”.
Arriviamo a Lisbona, e, avendo un paio d’ore abbondanti tra un volo e l’altro, decidiamo di andare a fare un giro in centro città: c’è un comodissimo Aerobus, che porta dall’aeroporto al centro di Lisbona in una ventina di minuti circa. Eccoci quindi a fare le “turiste per caso” per Lisbona; nessuna di noi due l’ha mai vista, quindi è un'ottima occasione.
Solo nel momento in cui rientriamo in aeroporto per prendere il volo per Bamako, comincio davvero a rendermi conto che la nostra meta è l’Africa : ci dirigiamo verso il nostro terminal, e ai gates di imbarco vedo destinazioni dai nomi “esotici”, Luanda, Maputo, Dakar, e sì, anche Bamako.
Attendendo l’imbarco, mi guardo intorno : siamo tra le poche persone bianche, e, come mi era successo in occasione dei viaggi in Congo, penso che le persone di colore che mi circondano rappresentano la parte ricca dell’Africa, quella classe più “abbiente” che può permettersi un volo aereo.
Quando salgo sull’aereo, sono stupita : mi aspettavo un grosso velivolo per voli intercontinentali, come quello che avevo preso per andare in Congo o per andare a New York, invece questo è un normale aereo, come quelli per i voli intraeuropei – quindi poco spazio tra una fila di sedili e l’altra, niente TV …Poi penso che “ci sta”, il volo sarà solo di 5 ore, Lisbona e Bamako non sono così distanti, in linea d’aria, e quindi in effetti la durata del viaggio è poco superiore a quella di un tragitto europeo.
Quando atterriamo a Bamako, alla 1 di notte ora del Mali, continuo a dirmi “sono in Africa, sono in Africa”.
Mi ritrovo in un aeroporto tutto sommato abbastanza moderno, ben illuminato e addirittura con aria condizionata; non c’è una particolare militarizzazione, non ci sono controlli così severi, unica particolarità è una sorta di scanner personale, che serve ai funzionari doganali per rilevare che il passeggero non abbia la febbre - ricordo di aver letto che in Guinea, paese confinante, sono stati riscontrati dei casi di virus Ebola, e quindi i controlli alle dogane sono rigorosi.
Questo viaggio non poteva essere “tranquillo” al 100%, sarebbe stato fin monotono : infatti, una delle nostre valigie (anzi, una delle mie due valigie) non è arrivata a destinazione. Aspettiamo, aspettiamo, ma dopo un’ora il nastro trasportatore della riconsegna bagagli non consegna più niente, e quindi, rassegnata, vado all’ufficio bagagli smarriti a sporgere il reclamo. Sono ormai le due di notte, e, dopo una giornata di viaggio, la mia capacità di parlare francese è ai minimi termini … ma siamo in Africa, lo “spirito” con cui si prendono questi inconvenienti è totalmente differente rispetto al nostro, ed infatti l’impiegato allo sportello ride nel capire la mia difficoltà a spiegargli come è fatta la valigia, e compare un suo collega che mi aiuta nel compilare la descrizione.
Finalmente usciamo dall’aeroporto, Hilde è fuori che ci aspetta, andiamo “a casa” con un furgoncino. Il tragitto è brevissimo, una ventina di minuti scarsi, ed eccomi in quella che per una settimana sarà la mia casa, un piccolo edificio a due piani : al piano terra, la sede della Biblioteca umanista, uno dei progetti di UnAltroMondo Onlus in Mali, la cucina dove mangeremo, e l'alloggio del guardiano; al piano superiore, una stanza che fa da magazzino/ripostiglio/deposito materiali, uno spazio giochi abbastanza ampio per bambini e ragazzi, e poi le nostre camere.
C’è anche un terrazzo, dove io ed Anna saliamo a fumare una sigaretta, ormai sono le quattro; appena arriviamo su, inizia il canto del muezzin che invita i fedeli alla preghiera. Sono affascinata da questo canto, così come dal cielo stellato e dal panorama di “Bamako by night”, mi sento davvero a casa. Sono proprio in Africa.

5 luglio 2014, sabato

Abbiamo due giorni per ambientarci a Bamako, prima che inizino le attività con bambini e ragazzi. E’ sabato, il “tradizionale” giorno della spesa : Anna, Erasmo ed io andiamo quindi “in centro” per gli acquisti.
A Bamako ci si sposta o con dei pittoreschi mezzi pubblici locali, che i maliani chiamano “sotrama” (penso sia l’abbreviazione di Societé des transports maliens”), e sono dei furgoncini o pulmini, dove riesce a stiparsi una quantità incredibile di persone (e di oggetti che le persone trasportano, pacchi, pacchetti, di tutto di più); oppure, con dei taxi gialli, che sono davvero numerosissimi - sembra quasi di essere a Manhattan, in questo senso.
Prendiamo quindi un taxi, per andare in centro. Faremo la spesa in uno dei supermercati “per bianchi”, che vendono prodotti quali la pasta, alimenti in scatola, e addirittura le bevande alcoliche (i maliani sono musulmani, per quanto non integralisti, anzi, abbastanza “rilassati” sulle questioni religiose – ma comunque, le bevande alcoliche non si trovano facilmente in giro), quindi prodotti per una clientela europea.
Mi piace molto, questo tragitto in taxi : innanzitutto è un modo per vedere Bamako, e poi sono seduta davanti, di fianco al tassista, che si rivela una sorta di “guida turistica” e mi offre tantissime spiegazioni.
La prima cosa che mi colpisce, di questo taxi, è la presenza di un copri-cruscotto in finto pelo; ne avevo visto di simili in Germania, dove alcuni camionisti li usano per trattenere il calore d’inverno, ma qui in Mali, dove la temperatura è sempre “africana”, solo vedere questo finto pelo mi mette ancora più caldo … il tassista però mi spiega che loro lo usano innanzitutto per motivi estetici (è un tocco di raffinatezza, infatti è un po’ sorpreso dalla mia domanda), e poi perché serve ad assorbire la polvere – e su queste strade, anche se sono in parte asfaltate perché siamo in città, di terra rossa ce n’è sempre parecchia.
Vedo il Niger, che passiamo per andare in centro città; vedo dei palazzi che il tassista mi spiega essere stati costruiti da Gheddafi, ed essere dei ministeri ; vedo un grattacielo in stile neosudanese (l’unico di Bamako, saranno una quindicina di piani) che è la sede della Banque Centrale des États de l'Afrique de l'Ouest (BCEAO); vedo un mercato pieno di gente e di colori; insomma, ci sono davvero tantissime cose da scoprire, e di cui chiedere spiegazioni.
Il tassista ci aspetta mentre facciamo la spesa (con tanto di carrello … quasi come essere al supermercato da noi), e poi ci dirigiamo verso casa. C’è però un problema, cioè un “embouteillage”, il traffico del sabato mattina è notevole e ci sono lunghe file dappertutto. Il tassista, abilissimo, cerca delle stradine alternative “perché, se resto bloccato nel traffico, non riesco a prendere altre corse, e a fine giornata rischio di non aver guadagnato abbastanza per pagare il proprietario del taxi” (quindi, lui, come immagino molti altri suoi colleghi, non sono i proprietari della macchina, ma la prendono in affitto per poter lavorare) – in una di queste stradine alternative, un po’ dissestata, ad un certo punto la macchina si ferma, abbiamo preso in pieno una buca e sembra ci sia un problema con la frizione. Il tassista tira fuori degli attrezzi ed un cacciavite, e letteralmente smonta la frizione … problema risolto, ripartiamo subito.
Dopo un po’ di peripezie “africane”, arriviamo a casa ; dopo pranzo, mi accorgo che nel cortiletto sono arrivati dei bambini, decido di andare da loro per cominciare a socializzare.
Due di questi bambini (una ragazzina ed il suo fratellino) sono i figli di Dontan, il custode della casa; questi bambini sono anche i “testimonials” di UnAltroMondo Onlus, infatti ricordo di aver visto i loro volti sulla fanpage dell'associazione. La bambina viene chiamata Fatim, il piccolo Papsi : mi “innamoro” subito di lui, un trottolino vivacissimo con una aria “da boss” - probabilmente, con la sua logica da bambino (avrà tra i due ed i tre anni), sa di essere “il padrone di casa”, rispetto agli altri bambini che sono lì solo per giocare ma non abitano nella casa, e quindi un po’ si pavoneggia, ma in modo simpatico. Lo prenderò spesso in braccio, anche nei giorni seguenti. Qualche volontario, in occasione dei campi di lavoro degli anni passati, gli ha insegnato l’espressione “bello fotomodello”, e lui la ripete spesso, divertito. Non credo sappia cosa vuole dire, ma si diverte comunque.
Non capisce ancora bene il francese, ma, a qualsiasi cosa gli si dice in francese, lui ripete sempre “Oui”. Mi viene da parafrasare il titolo di un film, e da pensare a lui come a quello “bello, moro e che dice sempre di sì”.
Le ragazzine stanno saltando la corda, e decido di prendere anche io una corda e di saltare con loro : non sono più abituata, mi stanco subito e mi viene il fiatone (troppe sigarette) … però è molto divertente, non lo facevo da tanti anni.
Bambini e ragazzini africani hanno a volte un approccio iniziale timido, soprattutto con noi bianchi; i bambini più piccoli a volte ci vedono e piangono, si ritraggono intimoriti dietro la mamma o la sorella, penso per loro noi rappresentiamo quello che è “l’uomo nero” per i nostri bambini, una sorta di spauracchio; qui i “diversi” siamo noi, forse alcuni bambini neanche si immaginavano, che al mondo esistessero persone di pelle bianca.
Comunque, l’iniziale timidezza che caratterizza soprattutto i più piccoli, di solito sparisce dopo pochissimo tempo; noto che alcuni bambini sono quasi stupiti, quando li accarezzo, poi sorridono un po’ intimiditi, ritraendosi nelle spalle. Non credo qui le mamme, che hanno magari 4 o 5 figli, più un lavoro fisicamente pesante da mandare avanti, siano particolarmente attente nel coccolarli … quindi, semplicemente sono poco abituati, ma tutt’altro che infastiditi.
Il dialetto maliano che prevale nella capitale è il “bambara”, e, in questa lingua, i bianchi si chiamano “tubabu”. Altra parola che sentirò ripetere spesso, è “fototà”, cioè la fotografia: appena tiro fuori la macchina fotografica, li ho tutti attorno a me, come se fossi il pifferaio magico – vogliono la “fototà”, vogliono essere fotografati e vogliono vedere come è venuta la foto, e poi ridono divertiti e contenti perché sono venuti bene.
Più tardi nel pomeriggio andiamo a fare un giro per il quartiere, a conoscere le famiglie di alcuni dei ragazzi sostenuti. UnAltroMondo Onlus collabora con una Onlus maliana, Promodef, e la Scuola umansita Silo, per fornire un sostegno economico a ragazzi e bambini di famiglie in difficoltà che non potrebbero permettersi di mantenerli agli studi.
Mentre visitiamo queste famiglie, tutte molto povere, mi viene da pensare agli orfani di Mwene Ditu, in Congo: ero partita con un pregiudizio, cioè ritenendo che i "miei" bambini congolesi avessero maggior bisogno di sostegno, in quanto appunto erano orfani e quindi senza una famiglia che potesse provvedere ai loro bisogni. Osservando però l'estrema povertà di queste famiglie di Bamako, mi rendo conto che la situazione non è molto diversa : anche questi bambini e ragazzi hanno bisogno di un aiuto, il paese non fa la differenza.
Molte famiglie vivono in case in muratura, che mi ricordano le case di cortile della vecchia Milano: ci si domanda come facciano a vivere tutte queste persone in così poco spazio. Molte famiglie condividono lo stesso cortile, le abitazioni non hanno cucina, l'abitudine è di cucinare all'aperto, con delle vecchie pentole su dei fuocherelli tipo campeggio, ma a legna o a carbone.
Nonostante la povertà, appena andiamo a visitare una famiglia tutti si prodigano per farci avere delle sedie, a volte un po' sgangherate, ed insistono perchè ci sediamo con loro : dovunque, arrivano bambini, che vogliono conoscerci, vogliono cantare e giocare.

6 luglio, domenica

La mattina, continuiamo il giro per il quartiere, visitando alcuni ragazzi sostenuti e le loro famiglie. Andiamo anche a visitare la Scuola umanista, che al momento è chiusa per le vacanze estive.
Vedo le aule, con delle enormi lavagne - Hilde mi spiega che per loro l'acquisto di gessetti a è un problema costante, sembra che il gesso sia un articolo di lusso. Un'amica mi ha consegnato del denaro per poter comprare qualcosa che possa essere utile ai bambini o alla scuola ; penso quindi che l'acquisto dei gessetti possa essere una buona idea, potremmo comprare una piccola scorta che basterebbe per metà dell'anno scolastico. Sono molto contenta di questa idea.
Tornando a casa, ci fermiamo a comprare delle provviste, pane e frutta : le strade del quartiere sono piene di “bancarelle”, o di piccoli negozietti, che vendono vari generi alimentari di base. La frutta qui è ottima, soprattutto le banane, gli ananas e i mango.
Sono incuriosita da dei piccoli sacchettini che vedo esposti nella bancarella della frutta : chiedo spiegazioni, e la negoziante mi parla di “tamarrou”, credo di capire che si tratta di semi di tamarindo. Invece, sono dei datteri secchi, che però decido di non mangiare perchè mi sembrano davvero molto duri ... non ho sicuramente i denti dei maliani !
Nel primo pomeriggio, con gradita sorpresa mia e di Anna, arrivano alcuni bambini e ragazzi: le attività di animazione, compresi i due corsi di inglese, cominceranno domani, ed i bambini lo sanno, ma si sono presentati lo stesso, con una intraprendenza puramente africana, sapendo che comunque c'erano i “tubabu” ... per noi è quindi un piccolo assaggio di quello che succederà la prossima settimana.
Nessun problema, la "salle de jeux", cioè il locale adibito ai giochi, è sempre a disposizione, e ci sono giochi di ogni tipo : dai mattoncini per le costruzioni, ai puzzle (capisco subito che i puzzle sono il loro gioco preferito), alle corde per saltare, agli hula hoop, costruiti pazientemente da Erasmo con dei tubi di plastica. Nei prossimi giorni, imparerò anche un po' a giocare con l'hula hoop, anche se sono chiaramente molto meno brava di loro, e li faccio ridere con i miei maldestri tentativi di far girare il cerchio.
Nel tardo pomeriggio, Anna, Hilde ed io andiamo in città, a visitare il Museo Nazionale del Mali. E' una visita interessante; il Mali, tra il 1200 ed il 1600, era un impero africano molto importante. Oggi sono poche le persone che si ricordano della esistenza del Mali, molte persone non hanno chiaro dove si trovi esattamente (me ne sono resa conto quando raccontavo ai conoscenti che sarei andata in Mali ... molti di loro mi chiedevano “dove si trova, di preciso?” ed avevo capito che dire “vicino al Senegal” era il modo più veloce per aiutarli a localizzare il paese), ma tutti hanno almeno sentito parlare di TImbuctu, località quasi mitica e nominata anche in alcune canzoni. Vedo delle riproduzioni delle bellissime moschee di Timbuctu e di Djenne, vedo delle maschere tribali, e dei reperti archeologici di quello che è stato uno degli imperi più importanti dell'Africa. Il Mali è un paese molto grande, dove convivono molte etnie diverse tra loro, con miti, riti ed usanze molto diversi ed affascinanti.
Questa sera, non ceneremo in casa, bensì in un piccolo ristorantino : “andiamo in vita”, è una occasione per vedere la "Bamako by night".
E' un locale molto carino, assaggio una bevanda a base di menta e zenzero, mangiamo spiedini di pesce con contorno di patate fritte, e banane fritte (sembra uno strano abbinamento, invece non lo è ! ).
A letto presto, domani è lunedì ed inizierà il "vero " lavoro : queste prime due giornate mi sono comunque servite per ambientarmi, per cominciare a conoscere il contesto e le persone.

7 luglio, lunedì

Sveglia ... all'alba, praticamente : alle 8 arriveranno i bambini più piccoli , e le due educatrici che ci aiuteranno a giocare con loro. Infatti, molti di questi bambini non solo non parlano ancora il francese (di solito lo imparano a scuola : in famiglia spesso si parla solo il bambara), ma faticano anche a capirlo, e quindi la comunicazione sarebbe molto difficile. E comunque, l'aiuto di persone “locali”, che conoscono usi ed abitudini dei bambini, nonchè giochi, canzoncine, girotondi ed altro, sarà decisamente prezioso.
Già prima delle 8 arrivano i primi bambini, alcuni accompagnati dalla mamma, altri da soli o insieme a fratellini o sorelline. Sono bellissimi, una quarantina di trottolini di età compresa tra i due ed i 6 anni circa. Mi spiegano (e lo riscontrerò nei prossimi giorni) che qui molte persone, anche adulte, non conoscono davvero la loro età, sembra per loro sia un dettaglio poco importante.
Conosco “Madame”, così i bambini chiamano la loro educatrice, Maimouna, una signora maliana dolcissima e molto educata, con un bel sorriso sereno : si vede che è sinceramente molto affezionata ai bambini, molti di loro li conosce già perché è da un anno responsabile di una delle tre classi di asilo della Scuola umanista fondata da UnAltroMondo in questo quartiere.
Cominciamo con dei giochi a palla per fare le presentazioni : aiuto, non riesco a capire la magior parte dei nomi ! Sono nomi completamente diversi dai nostri : in Congo non avevo avuto grossi problemi, molti dei ragazzi avevano dei nomi “europei” (Patrick, Serge, Jean ... nomi facili da ricordare) , qui invece i nomi sono di matrice araba, oppure di origine tribale maliana, comunque non semplici da capire. Molti maschietti di chiamano Amadou, o Mamadou - tra la bambine, un nome abbastanza frequente è Fatoumata, oppure Fatim (non capisco se è una abbreviazione di Fatoumata oppure un nome a sè), mi rassegno comunque all'idea che probabilmente non riuscirò a ricordarmi il nome della maggior parte delle persone.
“Madame” insiste molto sulle presentazioni, anche nei giorni successivi chiederà spesso ai bambini di dire “Bonjour, je m'appelle ...” - è un modo per aiutarli a vincere la loro timidezza, e l'abitudine a parlare a voce bassa, e spesso a guardare per terra invece diguardare le persone in faccia.
Io ed Anna iniziamo ad insegnare alcune canzoncine : i piccoli sono molto ricettivi, ricordano subito il ritmo e le parole, sinceramente io non so se riuscirei a fare altrettanto (visto che non sono neanche riuscita a capire i loro nomi !).
Saremo con i bambini più piccoli alla mattina, dalle 8 e mezza alle 11 circa ; nel pomeriggio, i ragazzi più grandicelli ariveranno verso le 3 per giocare, e dalle 5 alle 6 io ed Anna organizzeremo il corso di inglese “base” per i ragazzi. La sera, dalle 9 alle 10, ci sarà lezione di conversazione inglese con gli adulti.
Tra sabato e domenica, io ed Anna abbiamo cominciato a raggruppare del materiale che ci potrà servire per i corsi : non potremo essere molto schematiche, perchè solo quando arriveranno gli “alunni” potremo conoscere il loro effettivo grado di conoscenza della lingua, e regolarci quindi di conseguenza.
Appena arrivano i ragazzi del corso di inglese, capisco che abbiamo fatto bene a non essere troppo “rigide” : la maggior parte di loro non parla inglese, si fermano al “My name is … “. Io ed Anna sorridiamo, ci stringiamo nelle spalle, dovremo semplificare molto il corso. Dall’altra parte, i ragazzi sembrano molto motivati, ed anche abbastanza “svegli”; e comunque, non dovremo rilasciare alcun certificato, non è una “scuola” vera e propria, è un modo per aiutare questi ragazzi ad acquisire delle conoscenze a cui altrimenti farebbero fatica ad accedere, non ci sono voti da dare.
La sera, abbiamo la prima lezione di conversazione con gli adulti : anche in questo caso, le persone che si presentano (inizialmente 5 ragazzi tra i 19 ed i 23 anni, nei giorni successivi il numero aumenta) hanno una conoscenza molto “base” dell’inglese. Comunque, la lezione si rivela molto interessante, sia perché per me insegnare inglese a persone di lingua francese è una esperienza completamente nuova, sia perché è una bella occasione di confronto tra la nostra cultura europea, e la cultura africana : mi accorgo che dovremo ritagliare il corso sulle loro conoscenze ed esigenze, e che alcune delle “frasi fatte” che noi in Italia utilizziamo per imparare l’inglese, qui non potranno essere applicate, perché fanno riferimento ad una realtà troppo diversa.
Uno dei ragazzi ha infatti con sé un libro, ”English for French speaking Africa”. Già da un prima occhiata al libro, capisco che è proprio quello che serve a loro: un testo che riporti, in inglese, dei concetti vicini alla loro vita quotidiana, alle usanze africane, e non alle “nostre” ; abbastanza inutile parlare loro dei cibi europei, o dello shopping natalizio, argomenti che ricordo su quasi tutti i libri di testo in inglese !
Faccio anche io un paio di gaffe con loro, in questo senso : tipo parlare degli “ ananas nei barattoli” – chiaramente, mi guardano con tanto d’occhi, non avevano mai immaginato gli ananas potessero finire nei barattoli …

8 luglio, martedì

Io ed Hilde andiamo fuori Bamako, a vedere un terreno dove UnAltroMondo sta costruendo un pozzo che dovrà contribuire a sostenere le spese di un altro progetto, il Centro di Ascolto e accoglienza per giovani in difficoltà, l'OASIS. Ci andiamo con la responsabile locale del Centro, Madame Bolly.
Sono contenta di questa “gita”, anche se vorrà dire non poter fare animazione con i bambini; ho voglia di vedere la campagna del Mali, mi immagino dei paesaggi bellissimi.
Ed infatti è proprio così, appena usciamo da Bamako il paesaggio diventa da sogno, terra rossa e vegetazione verde, quasi lussureggiante. Non immaginavo il Mali fosse così verde, ed infatti mi spiegano che è così in questo periodo perché è già l’inizio della stagione delle piogge ; se avessi fatto la stessa gita nella stagione secca, avrei visto un paesaggio completamente brullo.
Sono stupita anche di vedere tanti termitai, sono dei piccoli tumuli di terra a forma di fungo.
Vedo carretti trainati da asini, vedo dei villaggi che sembrano un po’ fuori dal mondo.
Dopo un paio di ore di viaggio in macchina (la nostra accompagnatrice è abilissima a guidare, considerando che abbiamo dovuto percorrere circa una trentina di chilometri su una strada sterrata e piena di buche … sembrava di essere sulle montagne russe), arriviamo al terreno.
Il pozzo non è ancora stato del tutto scavato, si pensa di trovare l’acqua a circa 30 metri di profondità ma i lavori sono arrivati all'incirca a 20 metri. Gli operai stanno scavando il pozzo manualmente, quindi a turno uno di loro scende nel pozzo, scava con un piccone e mette la terra ed i sassi in un secchio che gli altri operai tirano su con una carrucola – penso che sia un lavoro pesante da portare avanti, considerando il caldo.
Clicca qui per vedere l'intero album della visita al pozzo.
Al ritorno, ci fermiamo in uno dei piccoli villaggi che avevo visto durante il viaggio di andata: La responsabile dell'OASIS deve discutere alcuni aspetti tecnici relativi alla costruzione del pozzo con il capo-villaggio e il capo-cantiere.
Questa sosta nel villaggio ci dà l’occasione di poter stare un po’ con i bambini, anche qui numerosissimi – sono più timidi dei bambini di Bamako, sicuramente sono poco abituati a vedere degli stranieri, e per di più dei “tubabu” come noi. Hilde però è bravissima ad avvicinarli, riesce a coinvolgerne alcuni in un gioco.
Riusciamo a rientrare per le 3 del pomeriggio, in tempo quindi per la lezione di inglese con i ragazzi. Oggi ci sono degli alunni nuovi. Mi stupisco di quanto questi ragazzi riescano ad imparare in fretta, avevo ragione nel vederli molto motivati (anche se, come gli alunni di qualsiasi parte del mondo, appena io ed Anna ci allontaniamo cominciano a parlare tra di loro, a ridacchiare e a scherzare … mi sembra strano ritrovarmi nel ruolo della “prof”, quella che deve dire “Silence !” ogni due secondi, non ci sono abituata).

9 luglio, mercoledì

Passiamo la mattinata con i bambini della scuola materna. Sto cominciando a conoscerli, anche se parlare con loro è quasi impossibile, visto che non sanno ancora il francese.
Lunedì abbiamo insegnato loro alcune semplici canzoncine ed alcuni girotondi, oggi organizziamo una corsa nei sacchi (cioè, nei sacchetti), ed una competizione tipo bowling, che consiste nel buttare giù dei birilli con una piccola pallina.
Il custode mi racconta che ieri una bambina è stata picchiata dalla mamma perché era venuta da noi a giocare, invece di stare a casa a svolgere dei lavoretti che le erano stati affidati. Il lavoro minorile specialmente in ambiente familiare è frequente, ho visto molti bambini, anche abbastanza piccoli, lavorare, trasportare acqua o carriole – le bambine, poi, sono sempre incaricate di badare a fratellini e sorelline.
Comunque, per evitare il ripetersi di situazioni simili, decidiamo di farci dare il numero telefonico dei genitori, per contattarli al fine di verificare che siano al corrente che il figlio o la figlia si trova da noi.
Nel pomeriggio, io ed Hilde andiamo al mercato in centro, insieme al direttore della Scuola umanista, per acquistare i gessetti. Il mercato mi pare più ordinato di come lo immaginavo (mi viene da pensare che molti mercati di Milano sono a volte più caotici di questo !), ma Hilde mi spiega che siamo nella parte periferica del Gran Marché, il cartolaio “di fiducia” infatti ha un suo negozietto in muraturacon tanti di insegna e numero.
Ci accoglie letteralmente a braccia aperte : non gli sembra vero, l’arrivo di due “tubabu” pronte a comprare tutti quei gessetti !! E’ talmente contento, che ci regala anche dei libriccini per bambini, come omaggio.
Quando rientriamo a casa, Hilde mi presta un libro in francese, che mi descrive come un “storia d'amore stile maliano” : infatti è un po’ come i nostri romanzi rosa, ma ambientata a Bamako, e si svolge tra personaggi maliani. E’ una lettura molto piacevole, anche se penso che i giovani si comportino molto “all’europea”, credo qui le tradizioni del corteggiamento e del fidanzamento siano mediamente meno “libere” di come vengono descritte nel libro.

10 luglio, giovedì

Ormai mi sto abituando ai ritmi della mia esperienza maliana : sveglia un po' prima delle 7, colazione (ho “scoperto” la pasta di arachidi, e ormai la mia colazione consiste in caffè solubile, pane e pasta di arachidi, ottima !!), mattina gioco con i bambini della scuola materna (ormai sanno ripetere le canzoncine che abbiamo insegnato loro, e che ogni tanto intervalliamo con delle loro canzoni : la versiona francese di “Fra'Martino campanaro”, ad esempio, oppure “Alouette”, che ricordo vagamente dalle mie prime lezioni di francese alla scuola superiore ... ), pomeriggio giochi con i ragazzi più grandicelli (quindi puzzle, disegni, oppure salto alla corda per i più “scalmanati”), e i due corsi di inglese, uno al pomeriggio ed uno alla sera.
Oggi è la giornata più “tranquilla” del mio soggiorno, proprio perchè sta cominciando a subentrare la familiarità : peccato che domani sarà già il mio ultimo giorno qui, non voglio neanche pensarci ... è straordinario, come ci si abitui presto a questo tipo di vita, che può sembrare molto più difficile del “nostro stile occidentale”, invece è paradossalmente molto meno stressante – per quanto ci sia molto da fare, e ci si stanchi fisicamente, non ci sono “aspettative”, non c'è pressione, l'ambiente è pacifico ed amichevole.
Mi spiacerà davvero molto ritornare, mi sono trovata molto bene anche con Hilde, Erasmo ed Anna, sembra che ci si conosca da anni, e non da pochi giorni.

11 luglio, venerdì

Decido di godermi la mia ultima giornata fino in fondo, e non rinuncio a nessuna attività, tanto potrò dormire sull'aereo, oppure a Milano, quando tornerò a casa.
Mi accorgo però che, durante i giochi del mattino con i bambini, mi salgono spesso le lacrime agli occhi : come è possibile non affezionarsi a questi piccoli, ai loro sorrisi ed ai loro occhioni ? Ed infatti, alla fine non riesco a trattenere qualche lacrimuccia ... è normale, me lo aspettavo.
Dopo i giochi, io ed Anna, accompagnate da alcuni bambini (tra cui il mio “amato” Papsi), usciamo a comprare pane, frutta ed un ananas, con il quale “festeggeremo” il mio ultimo giorno a Bamako.
Oggi però è tardi, alcune botteghe e bancarelle sono chiuse in quanto i gestori sono alla moschea: ci passiamo di fronte, infatti è piena di persone, uomini e donne con il costume tradizionale ; alcuni di loro (forse per il caldo ? O perchè non c'è abbastanza posto ?) sono fuori dall'edificio, e pregano per terra, hanno il loro stuoino sul quale si inginocchiano. E' una immagine bellissima, tutte queste persone con i loro vestiti colorati, seduti o inginocchiati a pregare, penso sarà una delle scene che dimenticherò più difficilmente.
Ai corsi di inglese del pomeriggio e della sera, continuano ad arrivare persone nuove, sia ragazzi che adulti .
Alle 10, dopo la lezione con gli adulti, prendo un taxi e vado all'aeroporto.
Decisamente, non sono in Congo, l'aeroporto di Bamako non ha niente in comune con quello di Kinshasa: è “moderno”, per quanto più semplice e con meno fronzoli e negozietti rispetto ai “nostri” aeroporti europei, ma comunque ben illuminato e con apparecchiature moderne.
Ricordo la scarsa illuminazione, il vecchio mobilio di legno scuro e l'aria degradata dell'aeroporto di Kinshasa ... così come ricordo anche l'atmosfera di paura, l'elevata militarizzazione ed il vociare. Ricordo le signore chic congolesi con indumenti all'ultima moda, ma con bagagli tenuti insieme con il nastro isolante marrone.
Qui, niente di tutto questo : un portantino molto zelante e serio si prende cura del mio bagaglio, mi accompagna al check-in ed arriva con me fino al controllo passaporti, e quando gli allungo una mancia di 3000 CFA (circa 4 Euro – mi vergogno, ma è tutto quello che mi è rimasto, in valuta locale) se ne va con aria soddisfatta: infatti è una cifra per lui esorbitante, normalmente non guadagna più di 200 CFA a passeggero!
Nessun militare con il fucile spianato, anzi tutti i poliziotti sono simpatici e socievoli, e, vedendo il mio passaporto italiano, fanno battute su Berlusconi ed il bunga-bunga (cavolo, questa vicenda è arrivata fin qui !! :-)
Niente vociare, i comportamenti sono abbastanza “composti” ed europei : ma questo lo avevo notato anche durante la mia settimana a Bamako, in generale ho visto i maliani molto più “calmi” dei congolesi.
Il volo di rientro è tranquillo e senza episodi particolari, il mattino dopo verso le 7 mi trovo a Lisbona, e nel pomeriggio sono a Milano.


Una decina di giorni dopo

Sono pienamente rientrata nella routine milanese, fatta di lavoro ed altre attività.
Sto ancora soffrendo un po' di Mal d'Africa; contatto spesso Anna ed Hilde su Facebook, voglio sapere come procedono le attività a Bamako, e sono molto contenta quando vedo le foto dellla “spaghettata” con i bambini, organizzata per loro in occasione del Mandela day, 18 luglio.

Voglio assolutamente tornare là ...

Claudia M.

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