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La visita di Barack Obama tra inchini e proteste

SENEGAL - Gigantesco apparato di sicurezza, anche Usa
Maurizio Polenghi, Amadi Sonko - DAKAR*

Gli Stati Uniti hanno preso il controllo del Senegal in occasione della prima visita del presidente Barack Obama, accompagnato da moglie e figlie, nel paese della «Terranga». Il gigantesco apparato di sicurezza imposto dagli Stati Uniti al governo di Macky Sall in occasione della visita di Barack Obama In Senegal (la prima tappa della settimana «africana» del presidente e famiglia, attesi poi in Tanzania e Sudafrica) è entrato in pieno regime da oltre una settimana.
A farne le spese un centinaio di respinti alla frontiera con la Mauritania, colpevoli di avere un aspetto da fiancheggiatore dell'Aqmi (la formazione militare di Al Qaeda per il Magreb Islamico) e documenti non del tutto in regola, la principessa Shaika Mowza del Qatar, cacciata con tutto il suo entourage come indesiderabile, e grandi stravaganti (e inutili) operazioni di pulizia e rimessa in ordine dei 24 quartieri di Dakar che rimasti chiusi alla circolazione di mezzi e pedoni a turno da dal 26 al 28 giugno, presidiati da un manipolo misto di oltre 1000 agenti americani e senegalesi armati fino ai denti.
Sbarcati mercoledì sera all'aeroporto Leopold Sedar Senghor di Dakar con un'ora e mezzo di ritardo rispetto alla tabella di marcia, la famiglia Obama è stata accolta da tutti i ministri del governo in diretta televisiva. Strette di mano, foto e riprese per immortalare l'evento dell'anno.
La visita dell'americano più potente del mondo, fortemente richiesta dal presidente della repubblica Macky Sall lo scorso 28 marzo durante una riunione alle Nazioni Unite per ragioni di prestigio e di interessi economici, rischia però di trasformarsi in un'occupazione militarizzata.
Gli abitanti dell'isola di Goree, il patrimonio dell'Unesco contro la tratta degli schiavi, sono già scesi sul piede di guerra, con i ricordi umilianti dell'ultima visita di un presidente degli Stati Uniti nel 2003 (era Bush), quando per due giorni sono stati tenuti «prigionieri» nell'isola, senza alcuna possibilità di muoversi, sotto il costante controllo armato dell'esercito. In alcune strade dei 24 quartieri interessati dal dispositivo di sicurezza a stelle e strisce, i commercianti più poveri sono stati invitati a chiudere le loro attività, mentre a quelli ricchi è stata concessa l'autorizzazione a continuare a fare affari. La circolazione già caotica della capitale è definitivamente impazzita.
Sui mass media locali, nei mercati, per le strade, tra la gente infuria il dibattito. Di chi ha paura il presidente americano? Ma soprattutto, a che o a chi serve questa visita di Obama?
La situazione economica del Senegal resta in bilico tra gli aumenti continui dei prezzi dei beni di prima necessità (zucchero e farina), la scarsità di greggio, l'insufficienza della rete elettrica (sono già ricominciati i black out a macchia di leopardo) e l'elevatissimo numero di disoccupati (soprattutto giovani). Macky Sall nell'incontro di ieri sperava di ottenere altri prestiti, ricevere ancora sovvenzioni e aprire nuovi mercati grazie all'intermediazione di Barack Obama.
Il Senegal, per la sua posizione geografica e strategica è di fatto la porta di accesso per tutti gli Stati dell'africa dell'Ovest. Sul piano internazionale viene sfoggiato come una delle democrazie più stabili della zona. Poco importa che proprio in questi giorni il MFDC (Movimento delle Force Democratiche della Casamance), l'ala più bellicosa e armata che si contrappone da trentanni allo stato centrale di Dakar in una delle guerre civili più striscianti e meno conosciute, ha comunicato la sua indisponibilità a liberare i nove ostaggi (operatori nello sminamento delle mine anti-uomo) sequestrati da diverso tempo. Il tentativo è quello di alzare il livello dello scontro approfittando della visibilità che il Senegal avrà con la visita di Obama.
Lo stesso ragionamento sta alla base della campagna di sit in che il Pds (il partito dell'ex presidente Wade) metterà in campo nei prossimi giorni per protestare contro l'arresto del figlio Karim e dei suoi complici accusati (e detenuti da oltre 3 mesi) di arricchimento illecito, corruzione etc..
E non sarà una coincidenza se proprio in questa settimana i parenti delle vittime delle violenze pre elettorali del 2011/2012 (8 giovanissimi morti e almeno 36 casi di torture e arresti ingiustificati) sono stati contattati da esponenti del governo per concludere il processo di indennizzazione aperto oltre un anno fa.
Così se da una parte Barack Obama viene vissuto come una star in grado di favorire la risoluzione di qualunque tipo di problema solo con la sua presenza, dall'altra viene considerato un ospite complicato, pretenzioso, quasi pauroso e scomodo che limita la libertà di circolazione nella propria città, nel proprio quartiere. E per i Senegalesi, assolutamente orgogliosi della loro proverbiale Terranga (ospitalità) questo è un affronto quasi imperdonabile.
* volontari di UnAltroMondo Onlus

Pubblicato su "Il Manifesto" 28 giugno 2013
 
 
 

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