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Il nuovo corso visto dalla Casamance mai pacificata

REPORTAGE - IL CONFLITTO ARMATO NELLA REGIONE E' CONGELATO, MA LE CONDIZIONI DI VITA RESTANO PROIBITIVE
Il nuovo corso visto dalla Casamance mai pacificata
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Ahmadi Sonko*, ZIGUINCHOR

 
Per scoprire realmente le carte al nuovo corso presidenziale, occorre allontanarsi da Dakar e raggiungere la regione del Senegal più bella e controversa, la Casamance. Estesa tra il Gambia e la Guinea-Bissau, la Casamance è territorialmente isolata dal resto del paese. Nota per le sue foreste, i fiumi ramificatissimi e le immense distese di mangrovie, la zona da 31 anni è teatro di una guerra civile strisciante fra il governo centrale di Dakar e il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance (Mfdc).
Nato nel 1947 da membri di etnia Jola, con radicate tradizioni sociali e culturali diverse dalle altre etnie senegalesi, capitanato dall'abate Augustine Diamacoune Senghor, nel corso degli anni si è radicalizzato a causa del totale disinteresse che i governi di Léopold Sedar Senghor prima, e di Abdou Diouf poi, prestarono alla loro rivendicazione. Nel 1982 la pretestuosa incarcerazione di Augustine Diamacoune Senghor e la repressione sanguinaria di una manifestazione pacifica a Ziguinchor, il capoluogo della regione, fecero precipitare la situazione. Sostenuti dalla popolazione locale e dai governi del Gambia e della Guinea-Bissau, paesi a larga maggioranza Jola, i ribelli del Mfdc hanno tenuto in scacco le forze armate per due decenni, con una lunga campagna di attacchi mirati, instaurando nella regione un'economia di guerra, basata sul traffico di armi e droga.
Gli effetti collaterali della guerra civile (intere aree rurali seminate con mine anti-uomo, villaggi e campi abbandonati, sanguinarie rappresaglie su entrambi i fronti delle forze in gioco) hanno devastato nel corso degli anni la regione, innescando una forte richiesta di pacificazione nella maggioranza della popolazione.
Il 1° gennaio 2005 il presidente Wade, dopo aver comprato buona parte dei leader indipendentisti a colpi di visti per paesi europei, di promesse di realizzazione di infrastrutture e di interventi economici istantaneamente disattesi, siglò una pace formale per ridipingere il Senegal, agli occhi dei turisti, dei governi e dei potenziali investitori esteri con un sottile strato di finta riconciliazione nazionale.
Da allora le azioni dei pochi gruppi oltranzisti del Mfdc, si sono trasformate per lo più in sequestri di beni materiali per garantire la propria sopravvivenza che giorno dopo giorno viene rigettata e respinta ormai da tutti.
La Brigata di Sorveglianza Territoriale di Ziguinchor, il dipartimento "politico" della polizia senegalese (l'equivalente della nostra Digos) è impegnata con una vasta rete di infiltrati a individuare i nascondigli e i canali di connessione con i paesi limitrofi degli ultimi leader del Movimento. Il responsabile della brigata ha votato per Macky Sall e difende a spada tratta tutto il suo operato, elogiando i non facili tentativi di ripristinare un circuito economico formale. «Rispetto a un anno fa, oggi in Senegal ci sono meno soldi in circolazione, ma almeno sono soldi più puliti», sentenzia sorridendo, seduto nel suo ufficio davanti al Tribunale.
Quattro strade più in là, nel mercato più grande di Ziguinchor l'atmosfera è meno ottimista. Diversi commercianti si lamentano delle persistenti difficoltà nel trasporto delle merci. Amadou Dijba vende all'ingrosso manghi. Ha appena acquistato per 900 euro una vasta area vicino a Bignona piena di alberi. Tra un mese raccoglierà i frutti e li trasporterà con due camion affittati a Dakar. «Sempre che i ribelli non mi sequestrino i camion durante il tragitto, o che il Gambia non decida di chiudere le frontiere per una delle sue consuete rappresaglie politiche contro Dakar, costringendoci a raddoppiare la strada passando da Tambacounda, o che peggio, i due traghetti/chiatte con cui si deve oltrepassare il fiume Gambia non si rompano, bloccandoci per giorni sotto il caldo con il rischio di guastare tutti i manghi».
Per Amadou, Macky Sall non riuscirà a cambiare in meglio il Senegal fino a quando non ci sarà una pace reale in Casamance. «E non ci sarà mai la pace in Casamance se non si decide una buona volta di investire a fondo perso capitali importanti per i servizi di base, l'istruzione, la sanità e la creazione di posti di lavoro per i giovani», dice, toccando i veri nodi. In questa regione si muore ancora oggi per tetano, dissenteria e malaria. La maggioranza dei villaggi è sprovvista di dispensari medici e quelli esistenti sono privi di tutto.
Le scuole disseminate a macchia di leopardo tra villaggi distanti tra loro parecchi chilometri di sentieri ricavati tra la foresta, hanno classi con sessanta allievi stipati e pochi insegnanti, spesso alla loro prima esperienza di lavoro.
Tra le capanne di paglia e fango di questi villaggi, sprovvisti di acqua corrente ed energia elettrica, ai margini delle foreste impenetrabili, è abbastanza facile incontrare qualcuno che conosce di persona i ribelli del Mfdc. Spesso sono fratelli o cugini che da anni vivono alla macchia.
«Vorrebbero smettere - racconta Landing - ormai non c'è più nessuna prospettiva politica. La questione dell'indipendenza è stata accantonata da tempo. Sopravvivono piuttosto malamente. Non è facile vivere nella foresta per anni. Ma come fanno ad arrendersi? Che cosa otterrebbero? Macky Sall ha promesso di risolvere durante il suo mandato presidenziale la questione della Casamance ma è già passato un anno e qui non si è ancora visto niente di concreto. E credimi, qui dove non c'è nulla di facile, ci si accorge immediatamente se qualcosa cambia».
* Unaltromondo Onlus

pubblicato su il manifesto 11 aprile 2013
 

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