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Lotta ai corrotti e tabù - Un anno di Macky Sall

Il Senegal di Macky Sall fa i conti con il tabù gay
Giovedì 11 Aprile 2013 - di Maurizio Polenghi, UnAltroMondo Onlus

A un anno dall'elezione del nuovo presidente la lotta alla corruzione procede spedita e il governo cerca di far quadrare i conti con le casse vuote. Ma la riforma agraria resta un miraggio e anche le misure per il lavoro stentano. Si arrabbiano anche gli studenti, privati delle borse di studio. E la proposta di depenalizzare il reato di omosessualità provoca una levata di scudi generale, con le «confrerie» religiose in prima fila.

 

SENEGAL - LE RIFORME FISCALI PROCEDONO, LA PROPOSTA DI DEPENALIZZARE IL REATO DI OMOSESSUALITA' NO
Lotta ai corrotti e tabù - Un anno di Macky Sall
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Maurizio Polenghi - DAKAR
 

Studenti sul piede di guerra per le borse di studio. Le «confraternite» inflessibili sui gay
Lo scorso 4 Aprile, 52° anniversario dell'indipendenza del Senegal, i discorsi fiume delle autorità si sono srotolati tra proclami patriottici e omaggi ai contingenti senegalesi impegnati all'estero, principalmente in Mali. Il Presidente della Repubblica Macky Sall, a uno anno esatto dalla sua elezione, ha snocciolato i pochi, tiepidi risultati raggiunti dal suo governo, lasciando trasparire le tante difficoltà ancora da superare per tener fede alle promesse elettorali.
La Corte Superiore contro l'Arricchimento Illecito, tribunale speciale fortemente voluto per indagare sul sistema di corruzione e malversazione dell'era dell'ex presidente Wade, sta continuando ad aggiungere prove, testimonianze e documenti che inchiodano i principali politici del Pds, il partito che ha governato per 12 anni il paese. Su tutti il figlio del presidente, Karim Wade, al vertice di una gigantesca rete di società off-shore gonfie di capitali illeciti sottratti alle casse statali.
In più Macky Sall nel corso degli ultimi mesi ha dismesso una cinquantina tra commissioni ministeriali e società partecipate inutili e dispendiose, ha promosso una legge che stabilisce il tetto massimo di salario per i dirigenti pubblici e i ministri, razionalizzato le spese dell'apparato statale mettendo mano ai rimborsi di servizio dei funzionari, apportato modifiche sostanziali al codice fiscale per favorire l'emersione della vastissima rete di piccole e piccolissime imprese informali nel mercato formale (e tassabile), concedendo di chiudere entrambi gli occhi agli ispettori su tutta l'evasione perpetuata finora in cambio della loro regolarizzazione al ministero delle Finanze.

Una promessa costituzionale
Sall ha perfino congelato per un anno le elezioni del Senato, destinando i soldi all'emergenza inondazione che lo scorso settembre ha colpito interi quartieri di Dakar, Thies e Saint Louis, complici le inadeguate reti fognarie. E ha promesso che varerà entro l'anno la modifica costituzionale per ridurre il mandato presidenziale dai 7 anni attuali a 5, con massimo 2 mandati.
Più che un presidente, Macky Sall sembra vestire i panni di un solerte ragioniere o di un giudice irreprensibile, impegnato a fare quadrare i conti del poco che resta nelle casse statali e a cercare di applicare le leggi a tutti, inclusi i potenti e i corrotti. Le altre riforme promesse, quella agraria e quella occupazionale, restano ancora dei miraggi, per un paese che risente molto della crisi economica in cui versano i suoi principali alleati, come la Francia.
Nel frattempo il paese ribolle. Per tutta la mattina di martedì l'ingresso dell'università pubblica Cheikh Anta Diop, a Dakar, è stato il teatro di scontri e cariche tra gruppi organizzati di studenti e reparti scelti della gendarmeria. Pochi giorni prima si era chiusa la lunga rivendicazione sindacale degli insegnanti senegalesi, con oltre 5 mesi di sciopero a oltranza nello scorso anno e diverse agitazioni più recenti per indurre il governo di Macky Sall a tenere fede all'aumento dei salari promesso nella sua campagna elettorale.
A innescare la rivolta degli studenti, l'ennesimo mancato pagamento della maggioranza delle borse di studio con cui tanti universitari sopravvivono tra mille difficoltà contribuendo anche ai magrissimi bilanci famigliari. Gli scontri non sono durati a lungo e si sono conclusi senza arresti né feriti. Tutto lascia però presagire che la protesta continuerà.
Samba e Djbril, due attivisti del movimento di protesta, promettono: «Fino a quando non verranno versate tutte le borse di studio continueremo a batterci. È una vera discriminazione nei confronti di chi ha meno possibilità. È intollerabile e noi non intendiamo più accettarla»

Tabù difficile da sradicare
La parola «discriminazione», però, evoca il furioso dibattito nazionale di questi giorni attorno alla proposta del governo di Macky Sall di depenalizzare il reato di omosessualità. Inutile dire che tutte le confraternite religiose, la maggioranza dei politici, gli opinionisti e i giornalisti stanno facendo la gara a chi urla più forte il proprio sdegno e ripudio di un simile disegno di legge. L'omosessualità in Senegal è pubblicamente considerata come un atto abominevole contro natura. I gay colti in flagrante vengono imprigionati e puniti con pene minime 5 anni nelle carceri locali, già tristemente famose per sovrappopolazione, torture, violenze e carenze medico assistenziali. Il più scatenato nella campagna contro la depenalizzazione è l'imam Massamba Diop, capo della ong Jamra, diventato il paladino della lotta all'omosessualità nel 2008, durante la 15 conferenza mondiale sull'Aids e le infezioni sessualmente a trasmissibili (Icasa) tenutasi a Dakar. All'epoca aveva denunciato «lobbies omosessuali e lesbiche attive per fare proselitismo malsano nel tentativo di promuovere pratiche contro natura, alle quali nemmeno gli animali, i più ripugnanti, oserebbero praticare».

Proclami appena edulcorati
Oggi Diop insiste sull'equazione omosessuali uguali a pedofili e promuove la nascita di un comitato di salvezza nazionale per rigettare qualunque tentativo di depenalizzare il reato. Sull'argomento anche Samba e Djbril, i militanti della lotta antidiscriminatoria per gli studenti universitari, si irrigidiscono subito e mi ripetono una versione un po' più edulcorata dei proclami di Massamba Diop. Del resto, è abbastanza difficile trovare un senegalese in grado di dare un altro tipo di risposta, oggi.
I pochi omosessuali dichiarati hanno pagato e continuano a pagare un prezzo altissimo per il loro «status di abomini contro natura». Ripudiati da tutta la famiglia, isolati e cacciati dai posti di lavoro, maltrattati e additati come mostri, chi può scappa dal Senegal. Alcuni cercano rifugio in zone considerate "franche", quelle più turistiche , come Saly o Cap Skring, dove i soldi dei turisti bianchi hanno costretto le autorità locali a chiudere un occhio, innescando però una zona grigia dove l'omosessualità sconfina nella prostituzione e viceversa, retro alimentando tutti i peggiori pregiudizi.
Di conseguenza il governo rischia di spaccarsi attorno alla proposta di depenalizzazione. Il presidente Macky Sall non si è ancora espresso temendo enormi ritorsioni dalle confrerie religiose, già insoddisfatte della mancata conferma delle prerogative di influenza e potere di manovra nella vita della repubblica, sempre concesso dai predecessori dell'attuale presidente.


pubblicato su il manifesto 11 aprile 2013

 

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