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Il nuovo corso visto dalla Casamance mai pacificata

REPORTAGE - IL CONFLITTO ARMATO NELLA REGIONE E' CONGELATO, MA LE CONDIZIONI DI VITA RESTANO PROIBITIVE
Il nuovo corso visto dalla Casamance mai pacificata
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Ahmadi Sonko*, ZIGUINCHOR

 
Per scoprire realmente le carte al nuovo corso presidenziale, occorre allontanarsi da Dakar e raggiungere la regione del Senegal più bella e controversa, la Casamance. Estesa tra il Gambia e la Guinea-Bissau, la Casamance è territorialmente isolata dal resto del paese. Nota per le sue foreste, i fiumi ramificatissimi e le immense distese di mangrovie, la zona da 31 anni è teatro di una guerra civile strisciante fra il governo centrale di Dakar e il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance (Mfdc).
Nato nel 1947 da membri di etnia Jola, con radicate tradizioni sociali e culturali diverse dalle altre etnie senegalesi, capitanato dall'abate Augustine Diamacoune Senghor, nel corso degli anni si è radicalizzato a causa del totale disinteresse che i governi di Léopold Sedar Senghor prima, e di Abdou Diouf poi, prestarono alla loro rivendicazione. Nel 1982 la pretestuosa incarcerazione di Augustine Diamacoune Senghor e la repressione sanguinaria di una manifestazione pacifica a Ziguinchor, il capoluogo della regione, fecero precipitare la situazione. Sostenuti dalla popolazione locale e dai governi del Gambia e della Guinea-Bissau, paesi a larga maggioranza Jola, i ribelli del Mfdc hanno tenuto in scacco le forze armate per due decenni, con una lunga campagna di attacchi mirati, instaurando nella regione un'economia di guerra, basata sul traffico di armi e droga.
Gli effetti collaterali della guerra civile (intere aree rurali seminate con mine anti-uomo, villaggi e campi abbandonati, sanguinarie rappresaglie su entrambi i fronti delle forze in gioco) hanno devastato nel corso degli anni la regione, innescando una forte richiesta di pacificazione nella maggioranza della popolazione.
Il 1° gennaio 2005 il presidente Wade, dopo aver comprato buona parte dei leader indipendentisti a colpi di visti per paesi europei, di promesse di realizzazione di infrastrutture e di interventi economici istantaneamente disattesi, siglò una pace formale per ridipingere il Senegal, agli occhi dei turisti, dei governi e dei potenziali investitori esteri con un sottile strato di finta riconciliazione nazionale.
Da allora le azioni dei pochi gruppi oltranzisti del Mfdc, si sono trasformate per lo più in sequestri di beni materiali per garantire la propria sopravvivenza che giorno dopo giorno viene rigettata e respinta ormai da tutti.
La Brigata di Sorveglianza Territoriale di Ziguinchor, il dipartimento "politico" della polizia senegalese (l'equivalente della nostra Digos) è impegnata con una vasta rete di infiltrati a individuare i nascondigli e i canali di connessione con i paesi limitrofi degli ultimi leader del Movimento. Il responsabile della brigata ha votato per Macky Sall e difende a spada tratta tutto il suo operato, elogiando i non facili tentativi di ripristinare un circuito economico formale. «Rispetto a un anno fa, oggi in Senegal ci sono meno soldi in circolazione, ma almeno sono soldi più puliti», sentenzia sorridendo, seduto nel suo ufficio davanti al Tribunale.
Quattro strade più in là, nel mercato più grande di Ziguinchor l'atmosfera è meno ottimista. Diversi commercianti si lamentano delle persistenti difficoltà nel trasporto delle merci. Amadou Dijba vende all'ingrosso manghi. Ha appena acquistato per 900 euro una vasta area vicino a Bignona piena di alberi. Tra un mese raccoglierà i frutti e li trasporterà con due camion affittati a Dakar. «Sempre che i ribelli non mi sequestrino i camion durante il tragitto, o che il Gambia non decida di chiudere le frontiere per una delle sue consuete rappresaglie politiche contro Dakar, costringendoci a raddoppiare la strada passando da Tambacounda, o che peggio, i due traghetti/chiatte con cui si deve oltrepassare il fiume Gambia non si rompano, bloccandoci per giorni sotto il caldo con il rischio di guastare tutti i manghi».
Per Amadou, Macky Sall non riuscirà a cambiare in meglio il Senegal fino a quando non ci sarà una pace reale in Casamance. «E non ci sarà mai la pace in Casamance se non si decide una buona volta di investire a fondo perso capitali importanti per i servizi di base, l'istruzione, la sanità e la creazione di posti di lavoro per i giovani», dice, toccando i veri nodi. In questa regione si muore ancora oggi per tetano, dissenteria e malaria. La maggioranza dei villaggi è sprovvista di dispensari medici e quelli esistenti sono privi di tutto.
Le scuole disseminate a macchia di leopardo tra villaggi distanti tra loro parecchi chilometri di sentieri ricavati tra la foresta, hanno classi con sessanta allievi stipati e pochi insegnanti, spesso alla loro prima esperienza di lavoro.
Tra le capanne di paglia e fango di questi villaggi, sprovvisti di acqua corrente ed energia elettrica, ai margini delle foreste impenetrabili, è abbastanza facile incontrare qualcuno che conosce di persona i ribelli del Mfdc. Spesso sono fratelli o cugini che da anni vivono alla macchia.
«Vorrebbero smettere - racconta Landing - ormai non c'è più nessuna prospettiva politica. La questione dell'indipendenza è stata accantonata da tempo. Sopravvivono piuttosto malamente. Non è facile vivere nella foresta per anni. Ma come fanno ad arrendersi? Che cosa otterrebbero? Macky Sall ha promesso di risolvere durante il suo mandato presidenziale la questione della Casamance ma è già passato un anno e qui non si è ancora visto niente di concreto. E credimi, qui dove non c'è nulla di facile, ci si accorge immediatamente se qualcosa cambia».
* Unaltromondo Onlus

pubblicato su il manifesto 11 aprile 2013
 

Lotta ai corrotti e tabù - Un anno di Macky Sall

Il Senegal di Macky Sall fa i conti con il tabù gay
Giovedì 11 Aprile 2013 - di Maurizio Polenghi, UnAltroMondo Onlus

A un anno dall'elezione del nuovo presidente la lotta alla corruzione procede spedita e il governo cerca di far quadrare i conti con le casse vuote. Ma la riforma agraria resta un miraggio e anche le misure per il lavoro stentano. Si arrabbiano anche gli studenti, privati delle borse di studio. E la proposta di depenalizzare il reato di omosessualità provoca una levata di scudi generale, con le «confrerie» religiose in prima fila.

 

SENEGAL - LE RIFORME FISCALI PROCEDONO, LA PROPOSTA DI DEPENALIZZARE IL REATO DI OMOSESSUALITA' NO
Lotta ai corrotti e tabù - Un anno di Macky Sall
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Maurizio Polenghi - DAKAR
 

Studenti sul piede di guerra per le borse di studio. Le «confraternite» inflessibili sui gay
Lo scorso 4 Aprile, 52° anniversario dell'indipendenza del Senegal, i discorsi fiume delle autorità si sono srotolati tra proclami patriottici e omaggi ai contingenti senegalesi impegnati all'estero, principalmente in Mali. Il Presidente della Repubblica Macky Sall, a uno anno esatto dalla sua elezione, ha snocciolato i pochi, tiepidi risultati raggiunti dal suo governo, lasciando trasparire le tante difficoltà ancora da superare per tener fede alle promesse elettorali.
La Corte Superiore contro l'Arricchimento Illecito, tribunale speciale fortemente voluto per indagare sul sistema di corruzione e malversazione dell'era dell'ex presidente Wade, sta continuando ad aggiungere prove, testimonianze e documenti che inchiodano i principali politici del Pds, il partito che ha governato per 12 anni il paese. Su tutti il figlio del presidente, Karim Wade, al vertice di una gigantesca rete di società off-shore gonfie di capitali illeciti sottratti alle casse statali.
In più Macky Sall nel corso degli ultimi mesi ha dismesso una cinquantina tra commissioni ministeriali e società partecipate inutili e dispendiose, ha promosso una legge che stabilisce il tetto massimo di salario per i dirigenti pubblici e i ministri, razionalizzato le spese dell'apparato statale mettendo mano ai rimborsi di servizio dei funzionari, apportato modifiche sostanziali al codice fiscale per favorire l'emersione della vastissima rete di piccole e piccolissime imprese informali nel mercato formale (e tassabile), concedendo di chiudere entrambi gli occhi agli ispettori su tutta l'evasione perpetuata finora in cambio della loro regolarizzazione al ministero delle Finanze.

Una promessa costituzionale
Sall ha perfino congelato per un anno le elezioni del Senato, destinando i soldi all'emergenza inondazione che lo scorso settembre ha colpito interi quartieri di Dakar, Thies e Saint Louis, complici le inadeguate reti fognarie. E ha promesso che varerà entro l'anno la modifica costituzionale per ridurre il mandato presidenziale dai 7 anni attuali a 5, con massimo 2 mandati.
Più che un presidente, Macky Sall sembra vestire i panni di un solerte ragioniere o di un giudice irreprensibile, impegnato a fare quadrare i conti del poco che resta nelle casse statali e a cercare di applicare le leggi a tutti, inclusi i potenti e i corrotti. Le altre riforme promesse, quella agraria e quella occupazionale, restano ancora dei miraggi, per un paese che risente molto della crisi economica in cui versano i suoi principali alleati, come la Francia.
Nel frattempo il paese ribolle. Per tutta la mattina di martedì l'ingresso dell'università pubblica Cheikh Anta Diop, a Dakar, è stato il teatro di scontri e cariche tra gruppi organizzati di studenti e reparti scelti della gendarmeria. Pochi giorni prima si era chiusa la lunga rivendicazione sindacale degli insegnanti senegalesi, con oltre 5 mesi di sciopero a oltranza nello scorso anno e diverse agitazioni più recenti per indurre il governo di Macky Sall a tenere fede all'aumento dei salari promesso nella sua campagna elettorale.
A innescare la rivolta degli studenti, l'ennesimo mancato pagamento della maggioranza delle borse di studio con cui tanti universitari sopravvivono tra mille difficoltà contribuendo anche ai magrissimi bilanci famigliari. Gli scontri non sono durati a lungo e si sono conclusi senza arresti né feriti. Tutto lascia però presagire che la protesta continuerà.
Samba e Djbril, due attivisti del movimento di protesta, promettono: «Fino a quando non verranno versate tutte le borse di studio continueremo a batterci. È una vera discriminazione nei confronti di chi ha meno possibilità. È intollerabile e noi non intendiamo più accettarla»

Tabù difficile da sradicare
La parola «discriminazione», però, evoca il furioso dibattito nazionale di questi giorni attorno alla proposta del governo di Macky Sall di depenalizzare il reato di omosessualità. Inutile dire che tutte le confraternite religiose, la maggioranza dei politici, gli opinionisti e i giornalisti stanno facendo la gara a chi urla più forte il proprio sdegno e ripudio di un simile disegno di legge. L'omosessualità in Senegal è pubblicamente considerata come un atto abominevole contro natura. I gay colti in flagrante vengono imprigionati e puniti con pene minime 5 anni nelle carceri locali, già tristemente famose per sovrappopolazione, torture, violenze e carenze medico assistenziali. Il più scatenato nella campagna contro la depenalizzazione è l'imam Massamba Diop, capo della ong Jamra, diventato il paladino della lotta all'omosessualità nel 2008, durante la 15 conferenza mondiale sull'Aids e le infezioni sessualmente a trasmissibili (Icasa) tenutasi a Dakar. All'epoca aveva denunciato «lobbies omosessuali e lesbiche attive per fare proselitismo malsano nel tentativo di promuovere pratiche contro natura, alle quali nemmeno gli animali, i più ripugnanti, oserebbero praticare».

Proclami appena edulcorati
Oggi Diop insiste sull'equazione omosessuali uguali a pedofili e promuove la nascita di un comitato di salvezza nazionale per rigettare qualunque tentativo di depenalizzare il reato. Sull'argomento anche Samba e Djbril, i militanti della lotta antidiscriminatoria per gli studenti universitari, si irrigidiscono subito e mi ripetono una versione un po' più edulcorata dei proclami di Massamba Diop. Del resto, è abbastanza difficile trovare un senegalese in grado di dare un altro tipo di risposta, oggi.
I pochi omosessuali dichiarati hanno pagato e continuano a pagare un prezzo altissimo per il loro «status di abomini contro natura». Ripudiati da tutta la famiglia, isolati e cacciati dai posti di lavoro, maltrattati e additati come mostri, chi può scappa dal Senegal. Alcuni cercano rifugio in zone considerate "franche", quelle più turistiche , come Saly o Cap Skring, dove i soldi dei turisti bianchi hanno costretto le autorità locali a chiudere un occhio, innescando però una zona grigia dove l'omosessualità sconfina nella prostituzione e viceversa, retro alimentando tutti i peggiori pregiudizi.
Di conseguenza il governo rischia di spaccarsi attorno alla proposta di depenalizzazione. Il presidente Macky Sall non si è ancora espresso temendo enormi ritorsioni dalle confrerie religiose, già insoddisfatte della mancata conferma delle prerogative di influenza e potere di manovra nella vita della repubblica, sempre concesso dai predecessori dell'attuale presidente.


pubblicato su il manifesto 11 aprile 2013

 

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Il presidente che non dorme

Martedì 19 novembre 2012, dopo aver acquistato "Walfadjiri" (uno dei principali quotidiani senegalesi), ho letto un po' preoccupato l'allarme lanciato dal governo senegalese riguardante una grave epidemia di tubercolosi in corso nelle principali città del Paese: Dakar, Thies, Kaolack, Diuorbel e Ziguinchor. La foto e il titolo a caratteri cubitali in prima pagina sono inequivocabili, eppure alzando gli occhi la realtà quotidiana a Dakar sembra scorrere come d'abitudine (come amano dire da queste parti, comme d'habitude). Cerco informazioni più dettagliate ma, escludendo altri lettori di "Walfadjiri", nessuno sa nulla. Solo dopo qualche giorno scopro che lunedì 18 novembre (giorno precedente alla lettura in questione) era la giornata mondiale della statistica africana. Mai ne avrei immaginata, tra tutte le feste e ricorrenze possibili, una così stravagante.Per commemorarla degnamente, "Walfadjiri" aveva pubblicato un dossier sullo studio dell'incidenza della tubercolosi nella società senegalese del 2010 ed elaborato delle proiezioni per il 2012.

Sembra invece molto più difficile da risolvere il mistero che circonda la scelta del presidente della repubblica Macky Sall, eletto lo scorso aprile, di non risiedere nel Palazzo Presidenziale della Repubblica. I Senegalesi, estremamente cerimoniosi e appassionati alle formalità, hanno iniziato da qualche mese a domandarsi il motivo che spinge Macky a lavorare di giorno nel palazzo e ritornare nella sua villa sulla "corniche" tutte le sere, costringendo la guardia presidenziale ad un servizio di scorta notturno insensato, da quasi otto mesi. Tra il chiacchiericcio diffuso, l' ipotesi più accreditata è il timore, tutto del presidente, che nel palazzo alberghino “spiriti o forze malevole”.

Ci mancava il presidente superstizioso”, si lamenta Ibrahima, funzionario consolare in Kuwait da oltre 12 anni, attualmente in attesa di un nuovo incarico in Senegal. “Macky Sall ha fatto dei progressi incredibili nell'ambito della giustizia. Il tribunale speciale per i reati contro l'arricchimento illecito funziona a pieno regime e sta dando i suoi primi frutti. Ma per il resto non succede nulla. E la gente comincia a sentirsi insoddisfatta.”

A poco sembra servire l'impegno per cercare di recuperare, attraverso la ricostruzione di tutti i movimenti bancari, i miliardi di Fcfa maneggiati negli ultimi anni da Karim Wade, figlio dell'ex Presidente della Repubblica e principale indagato dell'inchiesta del tribunale speciale per aver svuotato le casse senegalesi.

Al massimo finirà in prigione” sentenzia la maggioranza dei senegalesi; “sarebbe più utile recuperare i soldi ma la famiglia Wade non lo permetterà mai”.

Decido di fare un piccolo test per misurare l'indice di gradimento verso il presidente. Indosso una maglietta con la stampa del faccione serio di Macky Sall, che Babacar, uno dei suoi supporter più accaniti a Saint Louis, mi ha regalato in occasione delle scorse elezioni e impiego la domenica pomeriggio girovagando per Dakar.
Il test sembra funzionare. Tutti quelli che incontro dicono che hanno votato per lui ma ora vogliono vedere realizzate le promesse di cambiamento. Solo il guardiano del faro di Mamelles mi prende in giro e mi dice ironico che la "Tamkharite", festa mussulmana per l'inizio del nuovo anno, celebrata in tutto il Senegal con piattoni di cous cous e processioni casa per casa di bambine vestiti da uomini (e viceversa) armati di tamburi per chiedere doni di caramelle e riso, durava fino a sabato notte. E quindi, che ci faccio in giro ancora mascherato? 


26 novembre 2012 , Maurizio Polenghi


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I DISCO DANCER

Foufana, uno dei migliori amici di Amadi, anni fa mi dispensò un consiglio preziosissimo. "Vuoi capire i senegalesi? Vuoi comprendere meglio la mentalità e le tante contraddizioni del Senegal? Allora vieni a vederli danzare"

Aveva ragione.

Frequentandoli insieme ad Amadi, Babacar, Jean Simon, Adama e tanti altri

Foufana, uno dei migliori amici di Amadi, anni fa mi dispensò un consiglio preziosissimo. "Vuoi capire i senegalesi? Vuoi comprendere meglio la mentalità e le tante contraddizioni del Senegal? Allora vieni a vederli danzare"

Aveva ragione.

Frequentandoli insieme ad Amadi, Babacar, Jean Simon, Adama e tanti altrisono riuscito a cogliere in mezzo alla musica assordante informazioni e curiosità interessanti impossibili da registrare in tutte le altre attività, progetti e contesti che vivo dal 1999 in Senegal. 

Da qualche tempo la formula più alla moda delle boite de nuit senegalesi è sintetizzata dall'acronimo VSDL (venerdì, sabato, domenica, lunedì) i giorni in cui le discoteche sono mediamente piene di giovani fino a scoppiare.

Ci sono boite de nuit di tutti i generi, forme e gusti, da quelle tradizionali dove si balla il sabar (una danza indiavolata dove le donne si scatenano in evoluzioni che sfidano la legge di gravità) a quelle internazionali, dove l'mballax  viene mescolato a ritmi dance hip hop, da quelle frequentate a maggioranza toubab tristemente piene di prostitute appollaiate su alti sgabelli a quelle con il concerto dal vivo incluso.

La soiree danzante non inizia prima dell'una di notte e termina poco dopo le 5.00. Il prezzo varia a seconda del prestigio del locale e dal tipo di serata, oscillando da 1,50 euro fino a 7,5 euro.

Le boite de nuit sono dappertutto. Dakar ne è piena, ma anche nei villaggi più lontani (raggiunti però dalla corrente elettrica) c'è almeno un cortile all'aperto recintato da un muro di mattoni con una scritta pretenziosa, con evidenti errori grammaticali inclusi (super Klub nait special di Doudane) scarabocchiata in qualche modo, dove i giovani corrono a caccia di divertimento.

Nella boite de nuit i giovani si incontrano, evadono dalla propria realtà quotidiana magari complicata e difficile e si ritrovano uniti senza alcuna differenza o distanza, ricchi e poveri, musulmani e cattolici, giovani e meno giovani, belli e brutti. Nessuno ci può rinunciare. Conosco senegalesi che risparmiano due mesi per tuffarsi nelle boite de nuit almeno per una sera. 

Ieri notte io e Amadi siamo andati in una boite de nuit di un villaggio vicino a Kabrousse. 

Poche ore prima sulla spiaggia avevamo conosciuto Isidore, un PR scaltrissimo che ci ha convinto senza tanti giri di parole che la soiree valeva la pena. "C'è l'ambiance, ci sono le Nana, tante Nana" ammiccava Isidore.

Dopo mezzanotte ci viene a prendere a bordo di un clandeux (un taxi illegale) iper accessoriato (pelle di qualche animale sul volante, interni foderati di velluto magenta, luci intermittenti collegate all'acceleratore), facciamo tre chilometri nel nulla e sbarchiamo al Pacific Club Interntional, una casa dall'aspetto fatiscente con un ampio giardino all'ingresso.

La musica è assordante, entrare costa 0,75 euro, c'è un via e vieni incredibile di giovani. Entriamo anche noi.

La pista da ballo è in cemento, nel soffitto alcune luci stroboscopiche e un paio di riflettori illuminano a mala pena il locale pieno all'orlo di ballerini. Tutti sono vestiti a festa, alcuni indossano camice di seta alla Tony Manero, altri hanno i jeans sbragaloni hip hop style, le Nana (le ragazze) sfilano in completi aderentissimi, coloratissimi mozzafiato.

Appena faccio il mio ingresso, tutti ma proprio tutti si girano a guardarmi.

Sono l'unico bianco penso io. Però lo sguardo incuriosito non accenna a smettere.

Sono il più anziano, l'unico con la barba, per giunta a tratti già bianca, potrei essere il padre del 75% dei ballerini presenti in sala, continuo a pensare io.

Le occhiate sempre più divertite continuano.

"Sei l'unico fesso che va a ballare in ciabatte" mi svela finalmente Amadi.

Ha ragionne, tutti indossano scarpe da tennis di marca, improbabili mocassini o scarpine da cenerentola con tacchi 12.

L'ambiance c'è. Tutti ballano agitati pezzi hip hop di ventanni fa. Ma questo è nulla. Il dj vira la musica sui pezzi più recenti di Mballax e si scatena il delirio. Tutti iniziano a danzare rapidi facendo a gara sul miglior passo e evoluzione messa in mostra davanti a tutti.

Si dimenticano le mie ciabatte e mi sfidano in una coreografia sincopata. Perdo subito. Del resto, non ho alcuna possibilità di gareggiare. 

Contrariamente a quello che ci si può aspettare, i migliori ballerini sono i ragazzi. Le Nana si difendono bene ma i giovanotti hanno una marcia in più. Dopo mezzora di inferno sapientemente il dj introduce una serie di canzoni Zouk ( i lentoni). La pista si svuota in un attimo per riempirsi di copie che si sciolgono sulle note mielose e soffici. Esco di scena per permettere ad Amadi, un vero appassionato di Zouk, di ballare con un paio di Nana senza sentirsi in imbarazzo. E' sposato da un paio di anni, conosco bene sua moglie Amina che studia e lavora in Francia. 

E' molto fedele e non farà nulla di compromettente. Ma lo Zouk è lo Zouk, non può resistere e lo lascio danzare in pace.

Fuori nel cortile faccio amicizia in un attimo con cinque o sei ragazzoni. 

Curiosi mi sommergono di domande. Li guardo affascinato. Magari qualcuno di loro ha anche partecipato alle manifestazioni di protesta represse nel sangue durante il primo turno delle elezioni presidenziali, scoppiate in ogni angolo del Senegal nel mese di febbraio. Ma i loro visi giovani e belli sembrano guardare al domani con un rinnovato entusiasmo.

Stasera rientriamo a Dakar. Domani Wade passerà il potere a Macky Sall, ufficializzando la sua nomina di quarto Presidente della Repubblica. Per festeggiare di sera in Piazza Obelisco si terrà un concerto gratuito di Youssou N'dour.

Un appuntamento imperdibile, la vera festa della vittoria.

Maurizio Polenghi

 

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Ah! Dieu... Wade!

Questo è il titolo rosso stampato corpo 150 sulle prime pagine dei quotidiani che sventolano oggi in tutte le strade del Senegal. Nelle boulangerie, sui car rapid incolonnati negli ingorghi immensi di Dakar, fra le bancarelle di Sandaga (il mercato popolare più grande della capitale) tutti i senegalesi mostrano trionfanti il mignolo ancora macchiato dall'inchiostro rosso indelebile, il segno visibile e tangibile di aver ottemperato al proprio dovere cittadino come si dice pomposamente da queste parti, uno dei modi più collaudati di impedire brogli elettorali (chi ha il mignolo rosso non può intruffolarsi in un altro seggio elettorale armato di documenti falsi).
Macky Sall è il nuovo Presidente della Repubblica del Senegal. I dati sono ancora parziali ma la distanza con Wade è incolmabile.
Il sentore della sconfitta del grande vecchio in carica da oltre 12 anni si è incominciato a percepire ieri verso le 16. 30, un ora e mezza in anticipo rispetto alla chiusura dei seggi elettorali prevista per le 18.00 qui in Senegal, quando sono trapelati i primi dati scrutinati dei seggi europei, dove i senegalesi residenti all'estero hanno votato in massa Macky Sall. Il cambio dell'ora legale (due ore in meno di differenza) ha anticipato l'inevitabile. Alle 20.00 in piazza dell'obelisco (la piazza Tahir del Senegal) una folla sempre più grande ha cominciato a radunarsi in attesa fremente della conferma delle loro speranze. Alle 21.30 il segnale è arrivato sotto forma di una telefonata ufficiale di Wade a Macky Sall di congratulazioni per la vittoria riportata.
Un minuto dopo il Senegal ha festeggiato in pure stile senegalese. Tam, tam, djembe, fischietti e gente appesa a qualunque mezzo di trasporto sfrecciavano per le strade, ai lati il resto del popolo inneggiante.
La maggioranza non conosce nemmeno bene il programma elettorale che ha permesso al'ex delfino di Wade, Macky Sall di vincere le elezioni, segno inequivocabile che queste elezioni presidenziali sono state un referendum contro Wade.
Ministri ridotti da 45 a 25, la riduzione delle imposte sui beni di primo consumo e il rafforzamento degli apparati statali (lotta alla corruzione, indipendenza della giustizia etc) sono promesse elettorali tuttaltro che facili da realizzare, in un paese strangolato da anni di neoliberismo incontrollato scandali, corruzioni.
Ma lo spettro di un terzo mandato, con il rischio reale e concreto della successione al potere del figlio Karim alla guida del Senegal per sopraggiunti limiti d'età di Wade (85 anni) si è finalmente dissolto, lasciandosi alle spalle però una lunga striscia si sangue, violenza, repressione e morti occorsi nelle settimane precedenti al primo turno elettorale, il 26 febbraio scorso.
Tutto si è accellerato a partire dal 23 giugno 2011 quando una folla immensa e inferocita di giovani si riversò davanti all'assemblea nazionale costringendo il presidente Wade a ritirare la scellerata riforma costituzionale per la creazione del Vice presidente della Repubblica, una mossa nemmeno tanto ingegnosa per installare suo figlio Karim come suo successore.
Da allora il Senegal è cambiato. Il movimento M23 nato subito dopo i primi scontri, Y'en a Marre (un ampio collettivo di artisti hip hop senegalesi) sono solo due dei tanti gruppi, associazioni, organizzazioni che si sono costituiti in questi mesi mettendo le fondamenta per la costruzione di un soggetto politico inedito finora in Senegal, la società civile, con cui il potere dei partiti politici e il potere religioso espresso dalle tante confrerie religiose dovranno fare i conti a partire da oggi.
Il vento del cambiamento è arrivato. Qui tutti sperano che sia capace di continuare a soffiare ancora per realizzare un nuovo e diverso Senegal. 


Amadi Sonko -  Maurizio Polenghi
pubblicato su Il manifesto 27/3/2012

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