Diario di viaggio senegalese - Casamance e baguette
CASAMANCE E BAGUETTE
Negli ultimi cinque giorni ho fatto un viaggio per monitorare la campagna di prevenzione alla malaria che abbiamo attivato un anno fa in alcuni villaggi disseminati nella Casamance, la regione più bella e controversa del Senegal. Bella perché appena uno arriva si trova immerso nell’Africa che un occidentale si aspetta di incontrare da queste parti, vale a dire l’Africa delle foreste, dei fiumi, delle case di fango con tetti di foglie di paglia e palme, delle scimmie, delle mangrovie, delle piroghe etc. Controversa perché per0 oltre 20 anni è stata il teatro di una guerra civile strisciante fra il governo centrale di Dakar e un agguerrito movimento indipendentista. Il primo gennaio 2005 il presidente Wade, dopo aver comprato quasi tutti i leader indipendentisti a colpi di visti per paesi europei, di promesse di realizzazione di infrastrutture e di interventi economici istantaneamente disattesi, siglò una pace formale per ridipingere il Senegal, agli occhi dei turisti, dei governi e dei potenziali investitori esteri con un sottile strato di finta riconciliazione nazionale.
Fra la gente dei villaggi della Casamance c’è un detto: se sputi un seme in terra il giorno dopo trovi di sicuro un albero.
Se nel resto del Senegal coltivare diventa ogni giorno più difficile, per il progressivo aumento della desertificazione e per la difficoltà di estrarre acqua dal sottosuolo, qui in Casamance, grazie all’abbondanza d’acqua e al clima più tropicale, la terra è estremamente rigogliosa e fertile. Nonostante la sua ricchezza naturale, questa è una delle regioni più malmesse e povere del Senegal. Di villaggio in villaggio si ha una stranissima sensazione di trovarsi catapultati direttamente nella preistoria.
Per ore e ore donne e uomini lavorano nelle risiere e nei campi senza altro attrezzo che bastoni, qualche vanga spuntata e ridicoli aratri spinti a mano; la corrente elettrica si trova solo nei villaggi che hanno votato a larga maggioranza il partito di governo, gli ospedali e i pochi dispensari medici sono scalcagnati e sprovvisti di farmaci e come se non bastasse, tutte le strade gareggiano alla pari con la superficie lunare per numero di crateri, buche e paurosi avvallamenti (eccetto ovviamente quella che collega Ziguinchor, capoluogo della regione, con la località turistica per surfisti di Cap Skiring).
Lungo un’altra strada; quella che collega Ziguinchor e Diattakounda, ci si può imbattere in una fantasmagorica stranezza. In quasi tutti i villaggi in cui mi sono fermato, da Fanda a Simbondine, in mezzo alla “strada principale” (vale a dire lo sterrato che taglia a metà il villaggio) si nota un cubo di cemento con quattro rubinetti da cui non esce nemmeno un filo d’acqua. Mi raccontano che nel 1993 Diouf, il precedente presidente socialista, aveva fatto costruire, a fini elettorali, tubature e rubinetti in questa parte della Casamance, per distribuire acqua potabile senza più dipendere dai pozzi dei villaggi. Qualcosa deve essere sfortunatamente andato storto, non hanno mai attaccato le pompe e quindi tubi e rubinetti restano ad oggi inutilizzati e forse, dopo 16 anni, inservibili.
L’economia della guerra civile, fatta prevalentemente di traffico di armi e droga, non è ancora stata rimpiazzata e niente lascia presagire il contrario in tempi brevi. Praticamente qui non ci sono fabbriche e la produzione di legno, di cui la Casamance è ricchissima, è entrata in crisi ultimamente allineandosi al tracollo di questo mercato in Africa e nel resto del mondo.
Per compensare tutto questo, i senegalesi di questa regione, che appartengono per la maggioranza all’etnia Diola (molto animista) sono incredibilmente dotati di un’innata arte nell’arrangiarsi con dignità e con un intramontabile sorriso sulle labbra.
L’unico difetto è una diffusa percezione distorta delle distanze. In Casamance tutto dista invariabilmente qualche chilometro. Se si insiste per conoscere il numero esatto di questi chilometri la risposta è invariabilmente “circa 10”. In un paio di giorni ho percorso a bordo di auto e furgoni tenuti insieme solo gli Dei degli Alberi sanno come, 30 volte tanto di questi 10km; in compeso ho capito la ragione di questa particolare percezione geografica.
La maggioranza della gente si sposta a piedi, coprendo distanze impressionanti, in un incessante va e vieni, pochi fortunati pedalano a bordo di biciclette diroccate e senza freni, i più furbi si sono costruiti la piroga personale e pagaiano felici lungo il fiume con secchielli di pelle per non colare a picco nei tratti dove i fiumi diventano più mossi.
A conti fatti conoscere quanto dista un posto dall’altro diventa del tutto irrilevante. “Ci vorrà un po’ di tempo” dicono da queste parti.
Sabato, al ritorno alla capitale, trovo una novità. In tutto il Senegal è scattato lo sciopero del pane. Il presidente Wade, visto il calo di consensi e l’approssimarsi delle elezioni municipali e rurali previste il prossimo 22 marzo, ha decretato la riduzione del costo della baguette di 200gr (il filone francese) da 175 a 150 franchi senegalesi, riportandola così allo stesso prezzo dell’anno scorso. Mossa geniale tranne un solo piccolo dettaglio. Negli ultimi 10 mesi il costo della farina è aumentato del 35%. Risulta più che lapalissiano che se il costo della farina non viene proporzionalmente ridotto sarà estremamente improbabile abbassare il costo del pane. Tutti i fornai sono insorti e hanno dichiarato lo sciopero ad oltranza serrando tutti i negozi. Alla radio alcuni Imam, forti dei risultati della lotta contro gli aumenti dell’energia elettrica dello scorso dicembre (una notizia di tre giorni fa riportava l’avvio di una trattativa per ridurre il costo del 14%) hanno già preso posizione accanto ai fornai. Di questo passo, l’atmosfera pre-elettorale già turbolenta in sé, rischia di diventare di giorno in giorno sempre più torrida