Sostegno ai popoli colpiti dal maremoto - Tsunami, una tragedia evitabile
Obiettivo: Raccolta fondi e sensibilizzazione
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Un centro di rivelazioni statunitense aveva previsto la grande onda anomala. Ma non è stato in grado di informare le autorità dei paesi interessati. «Non sapevamo chi chiamare», ha detto il suo direttore.
Un disastro naturale, certo. Ma se fosse accaduto in altre parti del mondo il bilancio delle vittime non sarebbe stato così spaventosamente alto.
Le informazioni su quello che stava per succedere alle coste di India, Thailandia, Malaysia, Sri Lanka, Maldive e degli altri paesi colpiti dal disastro erano in realtà in possesso degli scienziati statunitensi. Charles McCreery, direttore del Pacific Tsunami Warning Center con sede vicino ad Honolulu nelle Hawaii ha dichiarato al Seattle Post-Intelligencer che il suo team il giorno del disastro ha tentato disperatamente di mettersi in contatto con i paesi che stavano per essere colpiti dalla muraglia d'acqua. Perché le notizie non sono arrivate? «Non ci sono sistemi di allarme in quei paesi», ha spiegato McCreery. Il quale però ha aggiunto una frase perlomeno sconcertante: «Noi abbiamo fatto tutto il possibile. Ma nelle nostre agende non avevamo contatti o numeri di telefono in quella parte del mondo».
Che lo dica qualcuno con un ruolo di rilievo internazionale in una comunità scientifica nell'epoca di Internet sembra perlomeno bizzarro. Secondo quanto ha raccontato McCreery, pochi minuti dopo aver raccolto le informazioni dai sismografi, lui e il suo staff si sarebbero messi in contatto con l'Australia, poi con le unità della marina statunitense nella zona, con varie ambasciate americane e infine con il Dipartimento di Stato, che si suppone, ma è tutto da verificare, abbia avvisato i governi della regione. Da parte indiana, ad esempio, si nega che le informazioni e gli avvertimenti di pericolo di fonte statunitense siano mai arrivati. «Non sono al corrente che ci sia giunta alcuna informazione proveniente dagli Usa - ha detto al sito indiano rediff.com il professor A.K.Shukla, direttore del Centro di Valutazione del rischio di Terremoti di New Delhi - Se le avessimo avute avremmo potuto informare gli stati costieri e salvare molte vite umane».
Il Centro del professor Shukla è sotto accusa in patria per non aver diffuso le informazioni sul disastro. Ma India e Sri Lanka, per disattenzione, mancanza di esperienza e, soprattutto, per mancanza di mezzi non sono entrati nel sistema internazionale di allarme sugli tsunami creato dopo il grande terremoto dell'Alaska del 1964 (132 vittime in Alaska, Oregon e California, quasi tutte causate da un'ondata susseguente al terremoto di 9.1 gradi Richter). L'Indonesia (così come la Thailandia) ne fa parte, ma solo teoricamente «Sfortunatamente - ha confessato Budi Walayo, funzionario della Agenzia Meteorologica e Geofisica indonesiana - non abbiamo attrezzature che possano avvisarci sulla formazione e la direzione degli tsunami. Le strumentazioni sono molto care e non abbiamo i soldi per comprarle».
E' molto diverso quello che succede nel Pacifico, l'Oceano dove si verifica il maggior numero di maremoti. Qui, perlomeno nella ricca West Coast statunitense, esiste inoltre un programma di «certificazione» di città e comunità locali sulla costa del Pacifico. Al momento 11 comunità locali, tra cui la University of California Santa Barbara e la tribu indiana dei Quinault nello stato di Washington sono certificate come «Tsunami Ready»: hanno messo in piedi programi educativi, esercitazioni di evacuazione, sistemi di allarme considerati a prova del peggior tsunami.
Infatti, come ha detto al New York Times il professor Tad Murty, un esperto di maremoti dell' Università di Winnipeg «Non c'è alcun motivo perchè ci sia anche una sola vittima degli tsunami. Le onde sono assolutamente prevedibili. Abbiamo messo a punto tabelle che ci dicono la velocità di propagazione dell'onda nell'Oceano Indiano. E per arrivare in India lo tsunami doveva metterci quattro ore. Un tempo ampiamente sufficiente per dare l'allarme».
Andrea Rocco - Da 'Il Manifesto' - 28/12/2004