India - Informazioni generali

Il Tamil Nadu è uno Stato Federato della penisola indiana collocato tra lo stato del Kerala del Karnataka e dell'Andhra Pradesh. Presenta un estensione di 130 mila chilometri quadrati, con una popolazione di oltre 50 milioni di abitanti. Il clima è di tipo tropicale con elevate temperature in ogni stagione e abbondanti precipitazioni monsoniche concentrate nei mesi di Ottobre e Novembre.
Fra gli stati che compongono l'India, il Tamil Nadu è quello che conserva le sue origini molto antiche legate all'Induismo, infatti è definito "la regione dei templi". Nel Tamil Nadu la lingua predominante è il tamil e non l'hindi che è la lingua ufficiale indiana.

Gran parte delle attività economiche sono legate alla coltivazione dei campi (produzione di riso, cereali e canna da zucchero) e alle diverse produzioni industriali (lavorazione della pelle, concerie, industrie chimiche…) che sono concentrate nella capitale e nelle città di Madurai, Coimbatore, Salem e Thiruchirappalli.
Le situazioni lavorative nelle multinazionali, in molti casi, sono inadeguate rispetto a qualunque norma di sicurezza e i salari sono molto bassi. Gran parte della popolazione che vive nei villaggi lavora nei campi e vive con il lavoro giornaliero che è pagato circa 40 Rupie (1 Euro).

Recentemente, anche il Tamil Nadu sta raccogliendo l'interesse di molte aziende informatiche europee e americane, che stanno creando grandi filiali nelle città, trovando manodopera a basso costo. In ogni caso, in questa rivoluzione informatica grosse fette dei ceti bassi saranno tagliate fuori e verranno privati probabilmente anche della attività che attualmente consentono una minima sopravvivenza.

Come in altre parti dell'India, la crescita della popolazione è esponenziale: avere figli è considerato un atto di benevolenza delle divinità e, soprattutto serve a preservare un futuro per la vecchiaia (la gente non usufruisce di nessun servizio pensionistico ufficiale). Le grandi città sono esempi di metropoli dei paesi in via di sviluppo: accanto alle banche convivono baracche di canne e teli di plastica; intere zone della città hanno fognature a cielo aperto e la gente vive in case di pochi metri quadri.


Il sistema delle caste

La discriminazione sociale, basata sul sistema delle caste (il cui aspetto più devastante è rappresentato dall’intoccabilità) è una piaga che, seppure attenuata rispetto al passato e dichiarata illegittima, colpisce ancora l’India. Gli intoccabili, i Dalit, sono gruppi ai margini della società, sia dal punto di vista materiale sia psicologico, oggetto di continue violazioni e sfruttamento. L’intoccabilità, che si manifesta tuttora in molti aspetti della vita quotidiana, oltre a rappresentare una violazione dei diritti fondamentali, continua a costituire un ostacolo imponente allo sviluppo ed alla realizzazione di una società che possa dirsi veramente democratica.
Di questa discriminazione soffrono, ovviamente ancor di più, le categorie più emarginate quali le donne ed i bambini. La strutturazione del lavoro ed il conseguente sfruttamento degli intoccabili nelle attività lavorative, costituiscono uno degli esempi più lampanti della discriminazione in base al sistema delle caste. Ancora oggi, ai Dalit vengono assegnati lavori che sono considerati impuri dalle caste alte.

Nella società tradizionale indiana, la suddivisione del lavoro avviene su base funzionale: il sistema delle caste non compromette una certa flessibilità nell’assegnazione delle occupazioni agli appartenenti alle caste alte, mentre le comunità intoccabili vengono confinate all’esecuzione di lavori impuri quali la concia delle pelli, il trattamento degli animali morti, la pulizia delle strade ed ogni altra occupazione che possa essere inquinante per gli appartenenti alle caste più alte.

La costituzione Indiana ha abolito l’intoccabilità; ciò significa che, in teoria, i membri delle caste alte non possono più costringere i Dalit ad eseguire lavori inquinanti. In pratica però tali occupazioni sono ancora esclusiva dei gruppi intoccabili. La mancanza di istruzione e formazione, nonché la discriminazione perpetrata a danno di coloro che cercano lavoro mantengono tutt’oggi questo giogo sui Dalit.
Si stima, inoltre, che in India 40 milioni di persone, di cui almeno 15 milioni di bambini, siano sfruttate economicamente in stato di schiavitù. Il termine "Bonded labor" si riferisce, appunto, all’impiego di una persona in stato di schiavitù per ripagare un debito. A causa degli alti interessi applicati e dei salari incredibilmente bassi, è praticamente impossibile ripagare il debito. La schiavitù per debiti si trasmette così di generazione in generazione.


La condizione femminile in India

Accanto a grandi nomi della storia e della politica indiana, da Indira a Sonia Gandhi, le donne indiane vivono ancora oggi in una condizione di discriminazione e devono quotidianamente sopportare violenze e privazioni.

Nella vita pubblica ed economica indiana, sono centinaia i nomi femminili emergenti nei campi più diversi: dall’industria al cinema, dalla politica alla letteratura. Eppure, dietro questa apparente apertura ed emancipazione, l’India è ancora un Paese negato alle donne. Contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, le donne in India rappresentano la minoranza della popolazione (48%). Ci sono 929 donne ogni 1000 uomini: effetto devastante di una selezione spietata, praticata talvolta ancora prima della nascita.

L’infanticidio delle figlie femmine è una pratica ancora tristemente diffusa in molte aree rurali dell’India, soprattutto nel Tamil Nadu e nel Rajasthan. Secondo studi dell’Unicef, ogni anno nascono 15 milioni di bambine: 5 milioni di queste non vivono oltre i 15 anni. Quaranta donne su 100 non raggiungono alcun grado di istruzione; la presenza femminile nell’università è solo del 5%.

Anche nell’ambito lavorativo, le donne subiscono pesanti discriminazioni: a parità di lavoro una donna percepisce un terzo del salario di un uomo. Malgrado ciò, le donne costituiscono un’importantissima fonte di mano d’opera per il paese: i lavori più pesanti, la costruzione di strade o di edifici o il lavoro nei campi, sono svolti in gran parte da donne.

In ogni caso, il matrimonio è il destino di ogni donna indiana. Con il matrimonio la donna diventa “proprietà del marito”: deve stare in cucina, accudire la casa e i figli e servire il marito, oltre a lavorare per procurare alla famiglia i mezzi di sostentamento.

Da un rapporto di Amnesty International, si stima che in India il 45 % delle donne sposate subiscono violenze fisiche e morali dai loro mariti. Il divorzio è legalizzato, ma per una donna questa scelta è molto difficile e rischiosa: significa spesso essere ripudiata dalla famiglia di provenienza, perdere la custodia dei figli e soprattutto essere emarginata senza possibilità di ricostruirsi una vita.


L'educazione e il lavoro minorile

L'India possiede il triste primato di essere la nazione col maggior numero di bambini lavoratori nel mondo. La stima ufficiale è di 13 milioni. Ma il numero attuale è molto più alto. Secondo un rapporto Unicef del 1996, il numero di bambini lavoratori in India potrebbe attestarsi tra i 14 e i 100 milioni di bambini. Senza considerare il lavoro agricolo svolto dai bambini nell'ambito di un'economia familiare di sussistenza, i bambini asiatici si dedicano a ogni tipo di produzione, in genere nel settore cosiddetto informale, cioè del lavoro nero e di subappalto: piantagioni, concerie, cave, miniere, laboratori tessili e di giocattoli, fornaci, edilizia, commercio, lavoro domestico e selezione dei rifiuti. Contribuisce non poco a questo fenomeno la delocalizzazione operata dalle multinazionali occidentali in vari settori produttivi, in particolare nel settore tessile.

Drammatica è anche l'incidenza delle forme peggiori di sfruttamento infantile: si va dalla vera e propria schiavitù per debiti, molto diffusa in India, alla servitù domestica. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), attualmente sarebbero almeno 352 milioni i minori economicamente attivi nel mondo, di cui 246 milioni sfruttati. Di questi, 186 milioni hanno tra i 5 ed i 14 anni.

Dall’inizio degli anni ’90, si sono moltiplicate le azioni a livello internazionale ed, in numerosi contesti, anche a livello nazionale, per far fronte al problema dello sfruttamento dei minori, raggiungendo risultati positivi; tuttavia, in molti casi, si è tralasciato di affrontare alcuni tra i fattori che ostacolano il pieno successo di queste iniziative. Oltre alla povertà delle famiglie ed al mancato riconoscimento dei diritti dei lavoratori adulti, molti Stati continuano ad investire troppo poco nel contesto sociale (in particolare nel campo dell’istruzione e della sanità): l’India devolve solo l’1% delle proprie risorse a bilancio per l’istruzione primaria.

Vi sono, poi, altri fattori che contribuiscono al perpetuarsi dello sfruttamento economico dei minori, quali il fenomeno della delocalizzazione della produzione, le discriminazioni sociali, la mancata applicazione di tutto il nutrito corpus normativo che a livello internazionale e nazionale riguarda la lotta allo sfruttamento minorile, i problemi legati al debito estero ed alle conseguenze dei programmi di aggiustamento strutturale imposti dalle Istituzioni finanziarie internazionali.

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