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Luca Sacchi alla Garderie Unautremonde (I) - Il primo sguardo

 

di Luca Sacchi

La curiosità di venire in Africa con uno scopo nobile e non solo per un viaggio. Credo sia stato questo il motivo principale per cui mi trovo a Dakar. Avere una scusa forte abbastanza per lasciare il lavoro per una settimana, senza sentirmi troppo in colpa con il mondo che mi circonda quotidianamente.

Si potrebbe raccontare altro, me ne rendo conto, per cercare un colpo ad effetto, o per dare un significato di maggior respiro. Ma non è bello raccontare bugie quando hai a che fare con i bambini. La Garderie Unautremonde ne ospita 80. Sono piccoli, dai 3 ai 6 anni. Un asilo allargato, visto che c’è anche la prima elementare, che ospita i primi bimbi che aderirono al progetto nel 2009, e che sono diventati grandi abbastanza per imparare a leggere e scrivere.

Sarebbe stato un peccato perderli per strada ora. Avrebbe significato, con grande probabilità, lasciare incompiuto il primo passo del percorso d’integrazione che sta all’origine della creazione dell’asilo, unire i piccoli della baraccopoli con quelli del quartiere agiato di Medina. Cercare di farli crescere annullando le differenze sociali, dare una possibilità di vita diversa a chi non ne avrebbe avuta.

Oggi ci ho provato, a capire chi fossero e da dove venissero, ma nei loro grembiuli arancioni e nei loro comportamenti non c’era nulla che lasciasse intendere povertà o benessere. Bambini. Erano bambini, con la stessa voglia di imparare, di stare insieme, con le stesse curiosità e timidezze, con l’identica - prorompente e contagiosa - necessità di contatto. 

 

 

 

 

 

 

Insieme ai volontari siamo stati all’asilo tutto il giorno. Abbiamo ascoltato il silenzio nel corridoio durante le lezioni, abbiamo giocato con i bambini  nelle pause, li abbiamo spiati mentre mangiavano con le mani da un enorme piatto comune e poi stendersi sulle stuoie per il pisolino. E infine abbiamo assistito al recupero dei figli, alle 5 della sera. Da parte dei genitori per quelli di Medina, e delle due accompagnatrici per quelli della baraccopoli.

Ora, mentre scrivo nella mia comoda camera d’albergo, dalle scale sale una musica malinconica. In strada continua il via vai di auto sgangherate e gente che cammina con quell’incredibile – meraviglioso – portamento, in mezzo a capre, calcinacci e bancarelle improvvisate. Africa di città. Mille vite in un giorno solo.

Dakar, Venerdì 23 Marzo 2012

Luca Sacchi alla Garderie Unautremonde (IV) - Il ritorno a Milano

di Luca Sacchi

   

 

 

 

 

 

 

E alla fine siamo tornati a casa. Messo i vestiti in lavatrice, preparato un’agognata pasta scaldando l’acqua con il forno a gas, abbiamo usato il microonde, l’aspirapolvere, messo i piatti in lavastoviglie, fatto il caffè con le cialde e infine acceso il televisore, per guardare le maglie dei giocatori di calcio che tante persone indossavano per strada. Probabilmente abbiamo anche usato qualche altro elettrodomestico, senza neanche accorgercene.

“Modernità” che nella stragrande maggioranza delle case di Dakar appartengono alla fantascienza. Ma non è tutto. Abbiamo fatto una doccia calda. Per noi che eravamo in hotel, nessuna novità, ma per gli altri volontari di Unaltromondo, che dormivano in una casa in affitto, un bel passo in avanti rispetto a raccogliere il rivolo che scendeva dal rubinetto della vasca. E abbiamo anche fatto la spesa, udite udite, al supermercato. Dove l’odore più forte è quello nel corridoio dei detersivi.

L’ultimo giorno, passeggiando tra le strade del quartiere di Medina, siamo entrati nel mercato al coperto. Non era la prima volta. Ma era la prima volta che per tre giorni di fila il sole aveva rotto l’egemonia di nuvole e vento, riscaldando l’aria. È stata una gita breve. Ci siamo detti usciamo, e solo all’aperto abbiamo confessato la difficoltà a trattenere i conati. È così in Cina, è così in centinaia di paesi, il Senegal non può certo vantare l’esclusiva mondiale degli odori nauseabondi, nè tantomeno il record del mondo delle precarie condizioni igieniche, però quei tagli di bue grondanti sangue circondati da mosche, quei pesci essiccati a metà e quelle lische che a calpestarle facevano crick crack, si difendevano bene.

Altro record al rientro: l’insalata. Ce la siamo finalmente concessa senza timore di finire al bagno per qualche oretta. E in ultimo, cosa non da poco, ho guardato una zanzara volteggiare per la sala, e ho pensato “sti cazzi”, che mi punga pure se ne ha voglia.

Girando in macchina per Milano non posso dire di averla trovata verde, ma qualche punto in più di Dakar lo segna in una ideale classifica di mediocrità. Mentre scrivo penso: il toubab è tornato da un lungo soggiorno in Africa di ben sei giorni e vuole insegnare al mondo l’ABC delle differenze radicate da secoli tra il nord e il sud del globo. Si, mi piacerebbe, ma non ne so abbastanza.

So però che Maurizio a gennaio è venuto a trovarmi al lavoro in DDS, e mi ha proposto di collaborare. Mi ha detto prima di tutto vieni a vedere, poi chissà. Io mi limito a ripetere le sue parole: vai a vedere. Poi chissà.

Milano, Giovedì 29 Marzo 2012

Luca Sacchi alla Garderie Unautremonde (II) - Le emozioni regalate ai bambini

di Luca Sacchi

Il gallo canta al mattino. Poi a mezzogiorno, al pomeriggio, alla sera. Una volta meno del muezzin, per rispetto. Si fa sentire. Mi dicono sia lo stesso anche in India. Tutti posti dove il tempo viaggia su binari a noi sconosciuti.

Venerdì abbiamo portato i bambini in piscina. 37, anzi 40, perché all’ultimo se ne sono aggiunti 3. Un buon gruppetto, considerando che il 90 per cento (stima per difetto) non aveva mai visto una piscina. E che, nonostante Dakar sia sul mare, la nuotatina non rientra nelle consuetudini del luogo. 

Ore 10 si parte, tutti sul pullman affittato, sette bambini per fila, noi volontari, qualche borsa col materiale (costumi, braccioli, tubi di gomma), i due cameramen. Comodi proprio no, ma grande entusiasmo, e tante canzoni che fanno allegria e allontanano la paura. La piscina è uno stadio del nuoto: vasca dei tuffi, vasca da 50, piscina più piccola - la nostra - tribuna enorme. Costruttori: la stessa azienda italiana che gestisce  gli impianti der i campionati del mondo. Utenti in vasca 15, a essere generosi.

Quindi da un po’ fastidio pagare i due euro e mezzo a persona per entrare, probabilmente come prima scuola in dodici anni di attività dell’impianto. Poi ci si chiede perché il nuoto non vada forte da queste parti. Tira il vento, purtroppo. E non è facilissimo all’inizio far mettere i pargoli coi piedi nell’acqua (fredda vera, non come da noi).

I bimbi ti guardano, ridono, hanno paura ma sono curiosi, ma è proprio la curiosità a vincere. Da lì in poi, un trionfo (grazie Carola e grazie Rosi per l’aiuto). Uno alla volta, tutti in acqua. All’inizio incollati come funghi,  poi sempre più sciolti, e la prima che riesce ad abbandonarsi ai soli braccioli strappa l’applauso di tutti.

È un’ora fitta di lavoro divisa in due turni che non dimenticheremo mai. Il sorriso dei bimbi è un’emozione che esplode dal viso alla pancia. Poi tutti indietro, percorso inverso, e al pomeriggio il teatrino di Rosi e Milena conclude una giornata epica nella quale abbiamo fatto finta di non sapere che il giorno dopo saremmo andati in visita alla baraccopoli.

Dakar, Lunedì 26 Marzo 2012

  

Luca Sacchi alla Garderie Unautremonde (III) - Siamo ospiti a "casa" dei bambini

di Luca Sacchi

 

Si entra da una porta nascosta dietro alcuni sacchi di plastica pieni di farina di miglio e contenitori di latta con pesce essiccato esposto sopra, a bella posta per clienti e mosche. Gli spazi sono stretti tra una lamiera e l’altra. Ci abitano le donne, nella baraccopoli, donne che sono state ripudiate, violentate, o che hanno subito destini impossibili da raccontare, donne che hanno un futuro identico alla giornata di oggi, di ieri, di un anno fa: frantumare miglio, lavare panni e allevare i figli.

Ci accolgono all’interno di un cortile creato intorno alle quattro minuscole baracche, alte un metro e sessanta, dove vivono in venti. Cinque metri quadrati (forse) guadagnati coi denti. Sabbia per terra, che nei mesi di pioggia diventa fango e liquame vario molto identificato. Non si sa quante persone vivano in questa baraccopoli, che è solo una delle tante che sorgono a sorpresa, qua e là, nel quartiere di Medina. Ma questa è particolare, perché trenta metri più dietro è stata costruita la sede della banca centrale degli stati dell’Africa dell’Ovest (BCEAO).

Mi viene in mente l’amara, gelida e geniale battuta del Marchese del Grillo: “perché io sò io e voi non siete un cazzo”, solo che qui non fa ridere per nulla. Nella baraccopoli sbucano bambini da ogni angolo. Alcuni di loro studiano alla Garderie Unautremonde. Mescolati nei colori dell’asilo ti illudi che, in fondo, siano tutti uguali anche fuori dalla scuola. E solo qui che ti rendi conto che, finito l’orario di lezione, le differenze esistono.

È nella baraccopoli che il progetto prende ancora più corpo e si riempie di significato. Qui i bambini giocano, se non devono lavorare, tra lamiere che escono da ogni dove. Penso alle mie bambine a casa. Penso alle mie bambine crescere qui dentro, lavarsi in una bacinella d’acqua, andare al bagno per strada, lavare i panni, abbandonare la scuola quando ancora non sanno leggere e scrivere, quando ancora non hanno né la capacità lucida di ribellarsi né la possibilità di scappare. Poi partiamo, iniziamo un viaggio infinito verso la periferia di Dakar.

Le strade si riempiono sempre più di auto, di polvere, di car rapid, di smog, di detriti, di pneumatici dimenticati, di gente in eterno movimento. Le case prendono maggiore dimensione, le condizioni generali peggiorano. Un bambino trascina un’enorme testa di bue. Arriviamo a Ben Barack dove l’organizzazione ha costruito un’altra scuola, riuscendo però a comprare il terreno ed edificare. È bella, la scuola. Elementari e medie, seguendo la terminologia dei miei tempi, e c’è anche un’aula computer. Sulle lavagne, in uno spazio apposito, viene scritto il programma del mese. È sorprendente vedere come la didattica sia simile alla nostra.

Fuori dalla scuola i bambini del quartiere ci fanno festa. Passa più di un adulto che ci dice grazie. Poi ancora in macchina, verso il villaggio di Sanghè. La terra è devastata dalle costruzioni, dalle macerie e dal cemento. Non rimane nulla di quella che una volta dev’essere stata una meraviglia. Andiamo al villaggio per verificare come procedono i progetti in corso e per portare le condoglianze alla famiglia di un collaboratore morto lo scorso dicembre. Qui le case sono di fango, ma le immancabili lamiere sono usate come tetti e porte. Chiediamo di andare in bagno, ma questo non ve lo racconto. È buio quando si torna a casa, fuori e dentro di noi.

Maurizio, che cura le iniziative in Senegal per l’organizzazione, una volta usciti ci dice con orgoglio: “ma avete visto come sono vestiti”? E ha ragione, ad esserne orgoglioso.

Dakar, Martedì 27 Marzo 2012

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