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La lunga e difficile estate senegalese

I risultati delle elezioni amministrative dello scorso 1 luglio, con un’affluenza di appena il 32% degli aventi diritto al voto e la vittoria scontata della coalizione governativa BENNO BOKK YAAKAAR (Uniti per la speranza) capitanata dal presidente Macky Sall, sono un chiaro indicatore dell’atmosfera che si respira in Senegal da diversi mesi, un irreversibile lento peggioramento della situazione sociale ed economica accompagnato da un diffuso sentimento di attesa rassegnata.

“Non ci sono i soldi” è la frase standard con cui si appiattisce il dibattito politico, riducendo tutte le istanze legittime della popolazione ad una lunga lista di desideri destinati a continuare a restare tali.

Persino il presidente Macky Sall, impegnato fin dall’inizio del suo mandato per ottemperare una delle sue più facili promesse elettorali, la riduzione del mandato presidenziale da 7 a 5 anni e il blocco a due mandati, si è infilato in un straordinario vicolo cieco. Per realizzare questa riforma occorre cambiare la costituzione per via referendaria, peccato solo che i soldi per realizzarlo non ci siano

Durante le proteste promosse dagli studenti universitari per il ritardo del pagamento delle borse di studio il 14 agosto è stato ucciso Bassirou Faye, 21 anni, colpito alla testa da un proiettile sparato da un poliziotto non meglio identificato. Il movimento studentesco periodicamente protesta per i soldi che arrivano, quando arrivano, sempre in ritardo e per le condizioni di estrema invivibilità del campus universitario, stipato all’inverosimile con 65.000 studenti.

Nessuno crede che l’inchiesta rigorosa subito annunciata si concluderà con l’arresto del responsabile.  

Quasi in risposta all’accaduto sempre in agosto, per mostrare la ferma intenzione di sconfiggere la disoccupazione, il governo ha dato il via alla creazione di una nuova società per lo sviluppo del lavoro giovanile, l’ANPEJ  (sopprimendone una già esistente) che ha come obbiettivo dichiarato di “favorire la formazione per la ricerca di posti di lavoro” impiegando una novantina di persone “senza trasformarsi in un ufficio di collocamento o in un luogo dove si trova lavoro”.

I mass media si sono scatenati con titoli eloquenti, ma anche per i mezzi di comunicazione sono in arrivo tempi più complicati. Il 27 agosto è stato istituito un nuovo organo di controllo, il Tribunale dei Pari del Consiglio per l’osservazione delle regole d’etica e di deontologia nei media (CORED), accolto con molte riserve dai mass media. Più che un tribunale assomiglia ad un comitato di dissuasione e censura per chi si ostina a criticare l’operato del governo.

Il 29 agosto è stato reso pubblico il primo caso accertato di ebola in Senegal. E’ un giovane guineano che è riuscito a passare i controlli alla frontiera con il Senegal. Dal 21 agosto si trovava a Dakar. La Ministra della Sanità Awa Marie Coll Seck durante una conferenza stampa ha assicurato che il giovane era stato ricoverato immediatamente in una struttura sanitaria attrezzata appositamente per l’emergenza ebola. Non ha voluto rivelare l’identità e il luogo in cui alloggiava a Dakar per non scatenare ondate di panico. Esattamente cinque ore dopo la foto della casa faceva il tour sul web.

L’ondata di panico, contrariamente alle preoccupazioni legittime della Ministra, non c’è stata. Per il momento il rischio ebola viene vissuto con molta meno attenzione rispetto ai problemi che si iniziano ad avvertire con le prime grandi piogge che stanno precipitando sempre più abbondanti  e il rischio di esondazioni- inondazioni appare molto più concreto e certo.

Maurizio Polenghi

Bamako? Si, noi ci andiamo

Diario di un viaggio, di Claudia Muccinelli
Parte 2

4 luglio 2014 , venerdì

E’ il giorno della partenza.
Non mi sembra vero, fino a ieri sera alle 18 ero in ufficio, a terminare le ultime pratiche, e questa mattina … sono in viaggio.
Incontro Anna in aeroporto, a Malpensa. Siamo tutte e due cariche di due valigioni (cioè due a testa), per un peso totale di 46 kg. ciascuna (tutti i bagagli sono accuratamente chiusi, e avvolti dallo scotch marrone da pacchi per sigillarle – siamo già in pieno “stile Africa”). Considerando che sia io che Anna siamo piccole di statura e minute, possiamo dire che, a testa, portiamo dei bagagli che eguagliano praticamente il nostro peso corporeo …
Comunque, nessun problema, dopo la consegna delle valigie al check-in di Malpensa, non ce ne dovremo più preoccupare, sarà la linea aerea (la TAP, nel nostro caso) a farle arrivare a Bamako !
L’imbarco ed il volo sono molto regolari, il nostro morale è alto, continuiamo a ripeterci “Noi andiamo avanti … alla grande”.
Arriviamo a Lisbona, e, avendo un paio d’ore abbondanti tra un volo e l’altro, decidiamo di andare a fare un giro in centro città: c’è un comodissimo Aerobus, che porta dall’aeroporto al centro di Lisbona in una ventina di minuti circa. Eccoci quindi a fare le “turiste per caso” per Lisbona; nessuna di noi due l’ha mai vista, quindi è un'ottima occasione.
Solo nel momento in cui rientriamo in aeroporto per prendere il volo per Bamako, comincio davvero a rendermi conto che la nostra meta è l’Africa : ci dirigiamo verso il nostro terminal, e ai gates di imbarco vedo destinazioni dai nomi “esotici”, Luanda, Maputo, Dakar, e sì, anche Bamako.
Attendendo l’imbarco, mi guardo intorno : siamo tra le poche persone bianche, e, come mi era successo in occasione dei viaggi in Congo, penso che le persone di colore che mi circondano rappresentano la parte ricca dell’Africa, quella classe più “abbiente” che può permettersi un volo aereo.
Quando salgo sull’aereo, sono stupita : mi aspettavo un grosso velivolo per voli intercontinentali, come quello che avevo preso per andare in Congo o per andare a New York, invece questo è un normale aereo, come quelli per i voli intraeuropei – quindi poco spazio tra una fila di sedili e l’altra, niente TV …Poi penso che “ci sta”, il volo sarà solo di 5 ore, Lisbona e Bamako non sono così distanti, in linea d’aria, e quindi in effetti la durata del viaggio è poco superiore a quella di un tragitto europeo.
Quando atterriamo a Bamako, alla 1 di notte ora del Mali, continuo a dirmi “sono in Africa, sono in Africa”.
Mi ritrovo in un aeroporto tutto sommato abbastanza moderno, ben illuminato e addirittura con aria condizionata; non c’è una particolare militarizzazione, non ci sono controlli così severi, unica particolarità è una sorta di scanner personale, che serve ai funzionari doganali per rilevare che il passeggero non abbia la febbre - ricordo di aver letto che in Guinea, paese confinante, sono stati riscontrati dei casi di virus Ebola, e quindi i controlli alle dogane sono rigorosi.
Questo viaggio non poteva essere “tranquillo” al 100%, sarebbe stato fin monotono : infatti, una delle nostre valigie (anzi, una delle mie due valigie) non è arrivata a destinazione. Aspettiamo, aspettiamo, ma dopo un’ora il nastro trasportatore della riconsegna bagagli non consegna più niente, e quindi, rassegnata, vado all’ufficio bagagli smarriti a sporgere il reclamo. Sono ormai le due di notte, e, dopo una giornata di viaggio, la mia capacità di parlare francese è ai minimi termini … ma siamo in Africa, lo “spirito” con cui si prendono questi inconvenienti è totalmente differente rispetto al nostro, ed infatti l’impiegato allo sportello ride nel capire la mia difficoltà a spiegargli come è fatta la valigia, e compare un suo collega che mi aiuta nel compilare la descrizione.
Finalmente usciamo dall’aeroporto, Hilde è fuori che ci aspetta, andiamo “a casa” con un furgoncino. Il tragitto è brevissimo, una ventina di minuti scarsi, ed eccomi in quella che per una settimana sarà la mia casa, un piccolo edificio a due piani : al piano terra, la sede della Biblioteca umanista, uno dei progetti di UnAltroMondo Onlus in Mali, la cucina dove mangeremo, e l'alloggio del guardiano; al piano superiore, una stanza che fa da magazzino/ripostiglio/deposito materiali, uno spazio giochi abbastanza ampio per bambini e ragazzi, e poi le nostre camere.
C’è anche un terrazzo, dove io ed Anna saliamo a fumare una sigaretta, ormai sono le quattro; appena arriviamo su, inizia il canto del muezzin che invita i fedeli alla preghiera. Sono affascinata da questo canto, così come dal cielo stellato e dal panorama di “Bamako by night”, mi sento davvero a casa. Sono proprio in Africa.

5 luglio 2014, sabato

Abbiamo due giorni per ambientarci a Bamako, prima che inizino le attività con bambini e ragazzi. E’ sabato, il “tradizionale” giorno della spesa : Anna, Erasmo ed io andiamo quindi “in centro” per gli acquisti.
A Bamako ci si sposta o con dei pittoreschi mezzi pubblici locali, che i maliani chiamano “sotrama” (penso sia l’abbreviazione di Societé des transports maliens”), e sono dei furgoncini o pulmini, dove riesce a stiparsi una quantità incredibile di persone (e di oggetti che le persone trasportano, pacchi, pacchetti, di tutto di più); oppure, con dei taxi gialli, che sono davvero numerosissimi - sembra quasi di essere a Manhattan, in questo senso.
Prendiamo quindi un taxi, per andare in centro. Faremo la spesa in uno dei supermercati “per bianchi”, che vendono prodotti quali la pasta, alimenti in scatola, e addirittura le bevande alcoliche (i maliani sono musulmani, per quanto non integralisti, anzi, abbastanza “rilassati” sulle questioni religiose – ma comunque, le bevande alcoliche non si trovano facilmente in giro), quindi prodotti per una clientela europea.
Mi piace molto, questo tragitto in taxi : innanzitutto è un modo per vedere Bamako, e poi sono seduta davanti, di fianco al tassista, che si rivela una sorta di “guida turistica” e mi offre tantissime spiegazioni.
La prima cosa che mi colpisce, di questo taxi, è la presenza di un copri-cruscotto in finto pelo; ne avevo visto di simili in Germania, dove alcuni camionisti li usano per trattenere il calore d’inverno, ma qui in Mali, dove la temperatura è sempre “africana”, solo vedere questo finto pelo mi mette ancora più caldo … il tassista però mi spiega che loro lo usano innanzitutto per motivi estetici (è un tocco di raffinatezza, infatti è un po’ sorpreso dalla mia domanda), e poi perché serve ad assorbire la polvere – e su queste strade, anche se sono in parte asfaltate perché siamo in città, di terra rossa ce n’è sempre parecchia.
Vedo il Niger, che passiamo per andare in centro città; vedo dei palazzi che il tassista mi spiega essere stati costruiti da Gheddafi, ed essere dei ministeri ; vedo un grattacielo in stile neosudanese (l’unico di Bamako, saranno una quindicina di piani) che è la sede della Banque Centrale des États de l'Afrique de l'Ouest (BCEAO); vedo un mercato pieno di gente e di colori; insomma, ci sono davvero tantissime cose da scoprire, e di cui chiedere spiegazioni.
Il tassista ci aspetta mentre facciamo la spesa (con tanto di carrello … quasi come essere al supermercato da noi), e poi ci dirigiamo verso casa. C’è però un problema, cioè un “embouteillage”, il traffico del sabato mattina è notevole e ci sono lunghe file dappertutto. Il tassista, abilissimo, cerca delle stradine alternative “perché, se resto bloccato nel traffico, non riesco a prendere altre corse, e a fine giornata rischio di non aver guadagnato abbastanza per pagare il proprietario del taxi” (quindi, lui, come immagino molti altri suoi colleghi, non sono i proprietari della macchina, ma la prendono in affitto per poter lavorare) – in una di queste stradine alternative, un po’ dissestata, ad un certo punto la macchina si ferma, abbiamo preso in pieno una buca e sembra ci sia un problema con la frizione. Il tassista tira fuori degli attrezzi ed un cacciavite, e letteralmente smonta la frizione … problema risolto, ripartiamo subito.
Dopo un po’ di peripezie “africane”, arriviamo a casa ; dopo pranzo, mi accorgo che nel cortiletto sono arrivati dei bambini, decido di andare da loro per cominciare a socializzare.
Due di questi bambini (una ragazzina ed il suo fratellino) sono i figli di Dontan, il custode della casa; questi bambini sono anche i “testimonials” di UnAltroMondo Onlus, infatti ricordo di aver visto i loro volti sulla fanpage dell'associazione. La bambina viene chiamata Fatim, il piccolo Papsi : mi “innamoro” subito di lui, un trottolino vivacissimo con una aria “da boss” - probabilmente, con la sua logica da bambino (avrà tra i due ed i tre anni), sa di essere “il padrone di casa”, rispetto agli altri bambini che sono lì solo per giocare ma non abitano nella casa, e quindi un po’ si pavoneggia, ma in modo simpatico. Lo prenderò spesso in braccio, anche nei giorni seguenti. Qualche volontario, in occasione dei campi di lavoro degli anni passati, gli ha insegnato l’espressione “bello fotomodello”, e lui la ripete spesso, divertito. Non credo sappia cosa vuole dire, ma si diverte comunque.
Non capisce ancora bene il francese, ma, a qualsiasi cosa gli si dice in francese, lui ripete sempre “Oui”. Mi viene da parafrasare il titolo di un film, e da pensare a lui come a quello “bello, moro e che dice sempre di sì”.
Le ragazzine stanno saltando la corda, e decido di prendere anche io una corda e di saltare con loro : non sono più abituata, mi stanco subito e mi viene il fiatone (troppe sigarette) … però è molto divertente, non lo facevo da tanti anni.
Bambini e ragazzini africani hanno a volte un approccio iniziale timido, soprattutto con noi bianchi; i bambini più piccoli a volte ci vedono e piangono, si ritraggono intimoriti dietro la mamma o la sorella, penso per loro noi rappresentiamo quello che è “l’uomo nero” per i nostri bambini, una sorta di spauracchio; qui i “diversi” siamo noi, forse alcuni bambini neanche si immaginavano, che al mondo esistessero persone di pelle bianca.
Comunque, l’iniziale timidezza che caratterizza soprattutto i più piccoli, di solito sparisce dopo pochissimo tempo; noto che alcuni bambini sono quasi stupiti, quando li accarezzo, poi sorridono un po’ intimiditi, ritraendosi nelle spalle. Non credo qui le mamme, che hanno magari 4 o 5 figli, più un lavoro fisicamente pesante da mandare avanti, siano particolarmente attente nel coccolarli … quindi, semplicemente sono poco abituati, ma tutt’altro che infastiditi.
Il dialetto maliano che prevale nella capitale è il “bambara”, e, in questa lingua, i bianchi si chiamano “tubabu”. Altra parola che sentirò ripetere spesso, è “fototà”, cioè la fotografia: appena tiro fuori la macchina fotografica, li ho tutti attorno a me, come se fossi il pifferaio magico – vogliono la “fototà”, vogliono essere fotografati e vogliono vedere come è venuta la foto, e poi ridono divertiti e contenti perché sono venuti bene.
Più tardi nel pomeriggio andiamo a fare un giro per il quartiere, a conoscere le famiglie di alcuni dei ragazzi sostenuti. UnAltroMondo Onlus collabora con una Onlus maliana, Promodef, e la Scuola umansita Silo, per fornire un sostegno economico a ragazzi e bambini di famiglie in difficoltà che non potrebbero permettersi di mantenerli agli studi.
Mentre visitiamo queste famiglie, tutte molto povere, mi viene da pensare agli orfani di Mwene Ditu, in Congo: ero partita con un pregiudizio, cioè ritenendo che i "miei" bambini congolesi avessero maggior bisogno di sostegno, in quanto appunto erano orfani e quindi senza una famiglia che potesse provvedere ai loro bisogni. Osservando però l'estrema povertà di queste famiglie di Bamako, mi rendo conto che la situazione non è molto diversa : anche questi bambini e ragazzi hanno bisogno di un aiuto, il paese non fa la differenza.
Molte famiglie vivono in case in muratura, che mi ricordano le case di cortile della vecchia Milano: ci si domanda come facciano a vivere tutte queste persone in così poco spazio. Molte famiglie condividono lo stesso cortile, le abitazioni non hanno cucina, l'abitudine è di cucinare all'aperto, con delle vecchie pentole su dei fuocherelli tipo campeggio, ma a legna o a carbone.
Nonostante la povertà, appena andiamo a visitare una famiglia tutti si prodigano per farci avere delle sedie, a volte un po' sgangherate, ed insistono perchè ci sediamo con loro : dovunque, arrivano bambini, che vogliono conoscerci, vogliono cantare e giocare.

6 luglio, domenica

La mattina, continuiamo il giro per il quartiere, visitando alcuni ragazzi sostenuti e le loro famiglie. Andiamo anche a visitare la Scuola umanista, che al momento è chiusa per le vacanze estive.
Vedo le aule, con delle enormi lavagne - Hilde mi spiega che per loro l'acquisto di gessetti a è un problema costante, sembra che il gesso sia un articolo di lusso. Un'amica mi ha consegnato del denaro per poter comprare qualcosa che possa essere utile ai bambini o alla scuola ; penso quindi che l'acquisto dei gessetti possa essere una buona idea, potremmo comprare una piccola scorta che basterebbe per metà dell'anno scolastico. Sono molto contenta di questa idea.
Tornando a casa, ci fermiamo a comprare delle provviste, pane e frutta : le strade del quartiere sono piene di “bancarelle”, o di piccoli negozietti, che vendono vari generi alimentari di base. La frutta qui è ottima, soprattutto le banane, gli ananas e i mango.
Sono incuriosita da dei piccoli sacchettini che vedo esposti nella bancarella della frutta : chiedo spiegazioni, e la negoziante mi parla di “tamarrou”, credo di capire che si tratta di semi di tamarindo. Invece, sono dei datteri secchi, che però decido di non mangiare perchè mi sembrano davvero molto duri ... non ho sicuramente i denti dei maliani !
Nel primo pomeriggio, con gradita sorpresa mia e di Anna, arrivano alcuni bambini e ragazzi: le attività di animazione, compresi i due corsi di inglese, cominceranno domani, ed i bambini lo sanno, ma si sono presentati lo stesso, con una intraprendenza puramente africana, sapendo che comunque c'erano i “tubabu” ... per noi è quindi un piccolo assaggio di quello che succederà la prossima settimana.
Nessun problema, la "salle de jeux", cioè il locale adibito ai giochi, è sempre a disposizione, e ci sono giochi di ogni tipo : dai mattoncini per le costruzioni, ai puzzle (capisco subito che i puzzle sono il loro gioco preferito), alle corde per saltare, agli hula hoop, costruiti pazientemente da Erasmo con dei tubi di plastica. Nei prossimi giorni, imparerò anche un po' a giocare con l'hula hoop, anche se sono chiaramente molto meno brava di loro, e li faccio ridere con i miei maldestri tentativi di far girare il cerchio.
Nel tardo pomeriggio, Anna, Hilde ed io andiamo in città, a visitare il Museo Nazionale del Mali. E' una visita interessante; il Mali, tra il 1200 ed il 1600, era un impero africano molto importante. Oggi sono poche le persone che si ricordano della esistenza del Mali, molte persone non hanno chiaro dove si trovi esattamente (me ne sono resa conto quando raccontavo ai conoscenti che sarei andata in Mali ... molti di loro mi chiedevano “dove si trova, di preciso?” ed avevo capito che dire “vicino al Senegal” era il modo più veloce per aiutarli a localizzare il paese), ma tutti hanno almeno sentito parlare di TImbuctu, località quasi mitica e nominata anche in alcune canzoni. Vedo delle riproduzioni delle bellissime moschee di Timbuctu e di Djenne, vedo delle maschere tribali, e dei reperti archeologici di quello che è stato uno degli imperi più importanti dell'Africa. Il Mali è un paese molto grande, dove convivono molte etnie diverse tra loro, con miti, riti ed usanze molto diversi ed affascinanti.
Questa sera, non ceneremo in casa, bensì in un piccolo ristorantino : “andiamo in vita”, è una occasione per vedere la "Bamako by night".
E' un locale molto carino, assaggio una bevanda a base di menta e zenzero, mangiamo spiedini di pesce con contorno di patate fritte, e banane fritte (sembra uno strano abbinamento, invece non lo è ! ).
A letto presto, domani è lunedì ed inizierà il "vero " lavoro : queste prime due giornate mi sono comunque servite per ambientarmi, per cominciare a conoscere il contesto e le persone.

7 luglio, lunedì

Sveglia ... all'alba, praticamente : alle 8 arriveranno i bambini più piccoli , e le due educatrici che ci aiuteranno a giocare con loro. Infatti, molti di questi bambini non solo non parlano ancora il francese (di solito lo imparano a scuola : in famiglia spesso si parla solo il bambara), ma faticano anche a capirlo, e quindi la comunicazione sarebbe molto difficile. E comunque, l'aiuto di persone “locali”, che conoscono usi ed abitudini dei bambini, nonchè giochi, canzoncine, girotondi ed altro, sarà decisamente prezioso.
Già prima delle 8 arrivano i primi bambini, alcuni accompagnati dalla mamma, altri da soli o insieme a fratellini o sorelline. Sono bellissimi, una quarantina di trottolini di età compresa tra i due ed i 6 anni circa. Mi spiegano (e lo riscontrerò nei prossimi giorni) che qui molte persone, anche adulte, non conoscono davvero la loro età, sembra per loro sia un dettaglio poco importante.
Conosco “Madame”, così i bambini chiamano la loro educatrice, Maimouna, una signora maliana dolcissima e molto educata, con un bel sorriso sereno : si vede che è sinceramente molto affezionata ai bambini, molti di loro li conosce già perché è da un anno responsabile di una delle tre classi di asilo della Scuola umanista fondata da UnAltroMondo in questo quartiere.
Cominciamo con dei giochi a palla per fare le presentazioni : aiuto, non riesco a capire la magior parte dei nomi ! Sono nomi completamente diversi dai nostri : in Congo non avevo avuto grossi problemi, molti dei ragazzi avevano dei nomi “europei” (Patrick, Serge, Jean ... nomi facili da ricordare) , qui invece i nomi sono di matrice araba, oppure di origine tribale maliana, comunque non semplici da capire. Molti maschietti di chiamano Amadou, o Mamadou - tra la bambine, un nome abbastanza frequente è Fatoumata, oppure Fatim (non capisco se è una abbreviazione di Fatoumata oppure un nome a sè), mi rassegno comunque all'idea che probabilmente non riuscirò a ricordarmi il nome della maggior parte delle persone.
“Madame” insiste molto sulle presentazioni, anche nei giorni successivi chiederà spesso ai bambini di dire “Bonjour, je m'appelle ...” - è un modo per aiutarli a vincere la loro timidezza, e l'abitudine a parlare a voce bassa, e spesso a guardare per terra invece diguardare le persone in faccia.
Io ed Anna iniziamo ad insegnare alcune canzoncine : i piccoli sono molto ricettivi, ricordano subito il ritmo e le parole, sinceramente io non so se riuscirei a fare altrettanto (visto che non sono neanche riuscita a capire i loro nomi !).
Saremo con i bambini più piccoli alla mattina, dalle 8 e mezza alle 11 circa ; nel pomeriggio, i ragazzi più grandicelli ariveranno verso le 3 per giocare, e dalle 5 alle 6 io ed Anna organizzeremo il corso di inglese “base” per i ragazzi. La sera, dalle 9 alle 10, ci sarà lezione di conversazione inglese con gli adulti.
Tra sabato e domenica, io ed Anna abbiamo cominciato a raggruppare del materiale che ci potrà servire per i corsi : non potremo essere molto schematiche, perchè solo quando arriveranno gli “alunni” potremo conoscere il loro effettivo grado di conoscenza della lingua, e regolarci quindi di conseguenza.
Appena arrivano i ragazzi del corso di inglese, capisco che abbiamo fatto bene a non essere troppo “rigide” : la maggior parte di loro non parla inglese, si fermano al “My name is … “. Io ed Anna sorridiamo, ci stringiamo nelle spalle, dovremo semplificare molto il corso. Dall’altra parte, i ragazzi sembrano molto motivati, ed anche abbastanza “svegli”; e comunque, non dovremo rilasciare alcun certificato, non è una “scuola” vera e propria, è un modo per aiutare questi ragazzi ad acquisire delle conoscenze a cui altrimenti farebbero fatica ad accedere, non ci sono voti da dare.
La sera, abbiamo la prima lezione di conversazione con gli adulti : anche in questo caso, le persone che si presentano (inizialmente 5 ragazzi tra i 19 ed i 23 anni, nei giorni successivi il numero aumenta) hanno una conoscenza molto “base” dell’inglese. Comunque, la lezione si rivela molto interessante, sia perché per me insegnare inglese a persone di lingua francese è una esperienza completamente nuova, sia perché è una bella occasione di confronto tra la nostra cultura europea, e la cultura africana : mi accorgo che dovremo ritagliare il corso sulle loro conoscenze ed esigenze, e che alcune delle “frasi fatte” che noi in Italia utilizziamo per imparare l’inglese, qui non potranno essere applicate, perché fanno riferimento ad una realtà troppo diversa.
Uno dei ragazzi ha infatti con sé un libro, ”English for French speaking Africa”. Già da un prima occhiata al libro, capisco che è proprio quello che serve a loro: un testo che riporti, in inglese, dei concetti vicini alla loro vita quotidiana, alle usanze africane, e non alle “nostre” ; abbastanza inutile parlare loro dei cibi europei, o dello shopping natalizio, argomenti che ricordo su quasi tutti i libri di testo in inglese !
Faccio anche io un paio di gaffe con loro, in questo senso : tipo parlare degli “ ananas nei barattoli” – chiaramente, mi guardano con tanto d’occhi, non avevano mai immaginato gli ananas potessero finire nei barattoli …

8 luglio, martedì

Io ed Hilde andiamo fuori Bamako, a vedere un terreno dove UnAltroMondo sta costruendo un pozzo che dovrà contribuire a sostenere le spese di un altro progetto, il Centro di Ascolto e accoglienza per giovani in difficoltà, l'OASIS. Ci andiamo con la responsabile locale del Centro, Madame Bolly.
Sono contenta di questa “gita”, anche se vorrà dire non poter fare animazione con i bambini; ho voglia di vedere la campagna del Mali, mi immagino dei paesaggi bellissimi.
Ed infatti è proprio così, appena usciamo da Bamako il paesaggio diventa da sogno, terra rossa e vegetazione verde, quasi lussureggiante. Non immaginavo il Mali fosse così verde, ed infatti mi spiegano che è così in questo periodo perché è già l’inizio della stagione delle piogge ; se avessi fatto la stessa gita nella stagione secca, avrei visto un paesaggio completamente brullo.
Sono stupita anche di vedere tanti termitai, sono dei piccoli tumuli di terra a forma di fungo.
Vedo carretti trainati da asini, vedo dei villaggi che sembrano un po’ fuori dal mondo.
Dopo un paio di ore di viaggio in macchina (la nostra accompagnatrice è abilissima a guidare, considerando che abbiamo dovuto percorrere circa una trentina di chilometri su una strada sterrata e piena di buche … sembrava di essere sulle montagne russe), arriviamo al terreno.
Il pozzo non è ancora stato del tutto scavato, si pensa di trovare l’acqua a circa 30 metri di profondità ma i lavori sono arrivati all'incirca a 20 metri. Gli operai stanno scavando il pozzo manualmente, quindi a turno uno di loro scende nel pozzo, scava con un piccone e mette la terra ed i sassi in un secchio che gli altri operai tirano su con una carrucola – penso che sia un lavoro pesante da portare avanti, considerando il caldo.
Clicca qui per vedere l'intero album della visita al pozzo.
Al ritorno, ci fermiamo in uno dei piccoli villaggi che avevo visto durante il viaggio di andata: La responsabile dell'OASIS deve discutere alcuni aspetti tecnici relativi alla costruzione del pozzo con il capo-villaggio e il capo-cantiere.
Questa sosta nel villaggio ci dà l’occasione di poter stare un po’ con i bambini, anche qui numerosissimi – sono più timidi dei bambini di Bamako, sicuramente sono poco abituati a vedere degli stranieri, e per di più dei “tubabu” come noi. Hilde però è bravissima ad avvicinarli, riesce a coinvolgerne alcuni in un gioco.
Riusciamo a rientrare per le 3 del pomeriggio, in tempo quindi per la lezione di inglese con i ragazzi. Oggi ci sono degli alunni nuovi. Mi stupisco di quanto questi ragazzi riescano ad imparare in fretta, avevo ragione nel vederli molto motivati (anche se, come gli alunni di qualsiasi parte del mondo, appena io ed Anna ci allontaniamo cominciano a parlare tra di loro, a ridacchiare e a scherzare … mi sembra strano ritrovarmi nel ruolo della “prof”, quella che deve dire “Silence !” ogni due secondi, non ci sono abituata).

9 luglio, mercoledì

Passiamo la mattinata con i bambini della scuola materna. Sto cominciando a conoscerli, anche se parlare con loro è quasi impossibile, visto che non sanno ancora il francese.
Lunedì abbiamo insegnato loro alcune semplici canzoncine ed alcuni girotondi, oggi organizziamo una corsa nei sacchi (cioè, nei sacchetti), ed una competizione tipo bowling, che consiste nel buttare giù dei birilli con una piccola pallina.
Il custode mi racconta che ieri una bambina è stata picchiata dalla mamma perché era venuta da noi a giocare, invece di stare a casa a svolgere dei lavoretti che le erano stati affidati. Il lavoro minorile specialmente in ambiente familiare è frequente, ho visto molti bambini, anche abbastanza piccoli, lavorare, trasportare acqua o carriole – le bambine, poi, sono sempre incaricate di badare a fratellini e sorelline.
Comunque, per evitare il ripetersi di situazioni simili, decidiamo di farci dare il numero telefonico dei genitori, per contattarli al fine di verificare che siano al corrente che il figlio o la figlia si trova da noi.
Nel pomeriggio, io ed Hilde andiamo al mercato in centro, insieme al direttore della Scuola umanista, per acquistare i gessetti. Il mercato mi pare più ordinato di come lo immaginavo (mi viene da pensare che molti mercati di Milano sono a volte più caotici di questo !), ma Hilde mi spiega che siamo nella parte periferica del Gran Marché, il cartolaio “di fiducia” infatti ha un suo negozietto in muraturacon tanti di insegna e numero.
Ci accoglie letteralmente a braccia aperte : non gli sembra vero, l’arrivo di due “tubabu” pronte a comprare tutti quei gessetti !! E’ talmente contento, che ci regala anche dei libriccini per bambini, come omaggio.
Quando rientriamo a casa, Hilde mi presta un libro in francese, che mi descrive come un “storia d'amore stile maliano” : infatti è un po’ come i nostri romanzi rosa, ma ambientata a Bamako, e si svolge tra personaggi maliani. E’ una lettura molto piacevole, anche se penso che i giovani si comportino molto “all’europea”, credo qui le tradizioni del corteggiamento e del fidanzamento siano mediamente meno “libere” di come vengono descritte nel libro.

10 luglio, giovedì

Ormai mi sto abituando ai ritmi della mia esperienza maliana : sveglia un po' prima delle 7, colazione (ho “scoperto” la pasta di arachidi, e ormai la mia colazione consiste in caffè solubile, pane e pasta di arachidi, ottima !!), mattina gioco con i bambini della scuola materna (ormai sanno ripetere le canzoncine che abbiamo insegnato loro, e che ogni tanto intervalliamo con delle loro canzoni : la versiona francese di “Fra'Martino campanaro”, ad esempio, oppure “Alouette”, che ricordo vagamente dalle mie prime lezioni di francese alla scuola superiore ... ), pomeriggio giochi con i ragazzi più grandicelli (quindi puzzle, disegni, oppure salto alla corda per i più “scalmanati”), e i due corsi di inglese, uno al pomeriggio ed uno alla sera.
Oggi è la giornata più “tranquilla” del mio soggiorno, proprio perchè sta cominciando a subentrare la familiarità : peccato che domani sarà già il mio ultimo giorno qui, non voglio neanche pensarci ... è straordinario, come ci si abitui presto a questo tipo di vita, che può sembrare molto più difficile del “nostro stile occidentale”, invece è paradossalmente molto meno stressante – per quanto ci sia molto da fare, e ci si stanchi fisicamente, non ci sono “aspettative”, non c'è pressione, l'ambiente è pacifico ed amichevole.
Mi spiacerà davvero molto ritornare, mi sono trovata molto bene anche con Hilde, Erasmo ed Anna, sembra che ci si conosca da anni, e non da pochi giorni.

11 luglio, venerdì

Decido di godermi la mia ultima giornata fino in fondo, e non rinuncio a nessuna attività, tanto potrò dormire sull'aereo, oppure a Milano, quando tornerò a casa.
Mi accorgo però che, durante i giochi del mattino con i bambini, mi salgono spesso le lacrime agli occhi : come è possibile non affezionarsi a questi piccoli, ai loro sorrisi ed ai loro occhioni ? Ed infatti, alla fine non riesco a trattenere qualche lacrimuccia ... è normale, me lo aspettavo.
Dopo i giochi, io ed Anna, accompagnate da alcuni bambini (tra cui il mio “amato” Papsi), usciamo a comprare pane, frutta ed un ananas, con il quale “festeggeremo” il mio ultimo giorno a Bamako.
Oggi però è tardi, alcune botteghe e bancarelle sono chiuse in quanto i gestori sono alla moschea: ci passiamo di fronte, infatti è piena di persone, uomini e donne con il costume tradizionale ; alcuni di loro (forse per il caldo ? O perchè non c'è abbastanza posto ?) sono fuori dall'edificio, e pregano per terra, hanno il loro stuoino sul quale si inginocchiano. E' una immagine bellissima, tutte queste persone con i loro vestiti colorati, seduti o inginocchiati a pregare, penso sarà una delle scene che dimenticherò più difficilmente.
Ai corsi di inglese del pomeriggio e della sera, continuano ad arrivare persone nuove, sia ragazzi che adulti .
Alle 10, dopo la lezione con gli adulti, prendo un taxi e vado all'aeroporto.
Decisamente, non sono in Congo, l'aeroporto di Bamako non ha niente in comune con quello di Kinshasa: è “moderno”, per quanto più semplice e con meno fronzoli e negozietti rispetto ai “nostri” aeroporti europei, ma comunque ben illuminato e con apparecchiature moderne.
Ricordo la scarsa illuminazione, il vecchio mobilio di legno scuro e l'aria degradata dell'aeroporto di Kinshasa ... così come ricordo anche l'atmosfera di paura, l'elevata militarizzazione ed il vociare. Ricordo le signore chic congolesi con indumenti all'ultima moda, ma con bagagli tenuti insieme con il nastro isolante marrone.
Qui, niente di tutto questo : un portantino molto zelante e serio si prende cura del mio bagaglio, mi accompagna al check-in ed arriva con me fino al controllo passaporti, e quando gli allungo una mancia di 3000 CFA (circa 4 Euro – mi vergogno, ma è tutto quello che mi è rimasto, in valuta locale) se ne va con aria soddisfatta: infatti è una cifra per lui esorbitante, normalmente non guadagna più di 200 CFA a passeggero!
Nessun militare con il fucile spianato, anzi tutti i poliziotti sono simpatici e socievoli, e, vedendo il mio passaporto italiano, fanno battute su Berlusconi ed il bunga-bunga (cavolo, questa vicenda è arrivata fin qui !! :-)
Niente vociare, i comportamenti sono abbastanza “composti” ed europei : ma questo lo avevo notato anche durante la mia settimana a Bamako, in generale ho visto i maliani molto più “calmi” dei congolesi.
Il volo di rientro è tranquillo e senza episodi particolari, il mattino dopo verso le 7 mi trovo a Lisbona, e nel pomeriggio sono a Milano.


Una decina di giorni dopo

Sono pienamente rientrata nella routine milanese, fatta di lavoro ed altre attività.
Sto ancora soffrendo un po' di Mal d'Africa; contatto spesso Anna ed Hilde su Facebook, voglio sapere come procedono le attività a Bamako, e sono molto contenta quando vedo le foto dellla “spaghettata” con i bambini, organizzata per loro in occasione del Mandela day, 18 luglio.

Voglio assolutamente tornare là ...

Claudia M.

I DISCO DANCER

Foufana, uno dei migliori amici di Amadi, anni fa mi dispensò un consiglio preziosissimo. "Vuoi capire i senegalesi? Vuoi comprendere meglio la mentalità e le tante contraddizioni del Senegal? Allora vieni a vederli danzare"

Aveva ragione.

Frequentandoli insieme ad Amadi, Babacar, Jean Simon, Adama e tanti altri

Foufana, uno dei migliori amici di Amadi, anni fa mi dispensò un consiglio preziosissimo. "Vuoi capire i senegalesi? Vuoi comprendere meglio la mentalità e le tante contraddizioni del Senegal? Allora vieni a vederli danzare"

Aveva ragione.

Frequentandoli insieme ad Amadi, Babacar, Jean Simon, Adama e tanti altrisono riuscito a cogliere in mezzo alla musica assordante informazioni e curiosità interessanti impossibili da registrare in tutte le altre attività, progetti e contesti che vivo dal 1999 in Senegal. 

Da qualche tempo la formula più alla moda delle boite de nuit senegalesi è sintetizzata dall'acronimo VSDL (venerdì, sabato, domenica, lunedì) i giorni in cui le discoteche sono mediamente piene di giovani fino a scoppiare.

Ci sono boite de nuit di tutti i generi, forme e gusti, da quelle tradizionali dove si balla il sabar (una danza indiavolata dove le donne si scatenano in evoluzioni che sfidano la legge di gravità) a quelle internazionali, dove l'mballax  viene mescolato a ritmi dance hip hop, da quelle frequentate a maggioranza toubab tristemente piene di prostitute appollaiate su alti sgabelli a quelle con il concerto dal vivo incluso.

La soiree danzante non inizia prima dell'una di notte e termina poco dopo le 5.00. Il prezzo varia a seconda del prestigio del locale e dal tipo di serata, oscillando da 1,50 euro fino a 7,5 euro.

Le boite de nuit sono dappertutto. Dakar ne è piena, ma anche nei villaggi più lontani (raggiunti però dalla corrente elettrica) c'è almeno un cortile all'aperto recintato da un muro di mattoni con una scritta pretenziosa, con evidenti errori grammaticali inclusi (super Klub nait special di Doudane) scarabocchiata in qualche modo, dove i giovani corrono a caccia di divertimento.

Nella boite de nuit i giovani si incontrano, evadono dalla propria realtà quotidiana magari complicata e difficile e si ritrovano uniti senza alcuna differenza o distanza, ricchi e poveri, musulmani e cattolici, giovani e meno giovani, belli e brutti. Nessuno ci può rinunciare. Conosco senegalesi che risparmiano due mesi per tuffarsi nelle boite de nuit almeno per una sera. 

Ieri notte io e Amadi siamo andati in una boite de nuit di un villaggio vicino a Kabrousse. 

Poche ore prima sulla spiaggia avevamo conosciuto Isidore, un PR scaltrissimo che ci ha convinto senza tanti giri di parole che la soiree valeva la pena. "C'è l'ambiance, ci sono le Nana, tante Nana" ammiccava Isidore.

Dopo mezzanotte ci viene a prendere a bordo di un clandeux (un taxi illegale) iper accessoriato (pelle di qualche animale sul volante, interni foderati di velluto magenta, luci intermittenti collegate all'acceleratore), facciamo tre chilometri nel nulla e sbarchiamo al Pacific Club Interntional, una casa dall'aspetto fatiscente con un ampio giardino all'ingresso.

La musica è assordante, entrare costa 0,75 euro, c'è un via e vieni incredibile di giovani. Entriamo anche noi.

La pista da ballo è in cemento, nel soffitto alcune luci stroboscopiche e un paio di riflettori illuminano a mala pena il locale pieno all'orlo di ballerini. Tutti sono vestiti a festa, alcuni indossano camice di seta alla Tony Manero, altri hanno i jeans sbragaloni hip hop style, le Nana (le ragazze) sfilano in completi aderentissimi, coloratissimi mozzafiato.

Appena faccio il mio ingresso, tutti ma proprio tutti si girano a guardarmi.

Sono l'unico bianco penso io. Però lo sguardo incuriosito non accenna a smettere.

Sono il più anziano, l'unico con la barba, per giunta a tratti già bianca, potrei essere il padre del 75% dei ballerini presenti in sala, continuo a pensare io.

Le occhiate sempre più divertite continuano.

"Sei l'unico fesso che va a ballare in ciabatte" mi svela finalmente Amadi.

Ha ragionne, tutti indossano scarpe da tennis di marca, improbabili mocassini o scarpine da cenerentola con tacchi 12.

L'ambiance c'è. Tutti ballano agitati pezzi hip hop di ventanni fa. Ma questo è nulla. Il dj vira la musica sui pezzi più recenti di Mballax e si scatena il delirio. Tutti iniziano a danzare rapidi facendo a gara sul miglior passo e evoluzione messa in mostra davanti a tutti.

Si dimenticano le mie ciabatte e mi sfidano in una coreografia sincopata. Perdo subito. Del resto, non ho alcuna possibilità di gareggiare. 

Contrariamente a quello che ci si può aspettare, i migliori ballerini sono i ragazzi. Le Nana si difendono bene ma i giovanotti hanno una marcia in più. Dopo mezzora di inferno sapientemente il dj introduce una serie di canzoni Zouk ( i lentoni). La pista si svuota in un attimo per riempirsi di copie che si sciolgono sulle note mielose e soffici. Esco di scena per permettere ad Amadi, un vero appassionato di Zouk, di ballare con un paio di Nana senza sentirsi in imbarazzo. E' sposato da un paio di anni, conosco bene sua moglie Amina che studia e lavora in Francia. 

E' molto fedele e non farà nulla di compromettente. Ma lo Zouk è lo Zouk, non può resistere e lo lascio danzare in pace.

Fuori nel cortile faccio amicizia in un attimo con cinque o sei ragazzoni. 

Curiosi mi sommergono di domande. Li guardo affascinato. Magari qualcuno di loro ha anche partecipato alle manifestazioni di protesta represse nel sangue durante il primo turno delle elezioni presidenziali, scoppiate in ogni angolo del Senegal nel mese di febbraio. Ma i loro visi giovani e belli sembrano guardare al domani con un rinnovato entusiasmo.

Stasera rientriamo a Dakar. Domani Wade passerà il potere a Macky Sall, ufficializzando la sua nomina di quarto Presidente della Repubblica. Per festeggiare di sera in Piazza Obelisco si terrà un concerto gratuito di Youssou N'dour.

Un appuntamento imperdibile, la vera festa della vittoria.

Maurizio Polenghi

 

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Bamako? Si, noi ci prepariamo

Diario di un viaggio, di Claudia Muccinelli.
Parte 1


Inverno  2014
This time for Africa … no. 4 – questa  volta, il Mali.

Sono già stata 3 volte nella Repubblica Democratica del Congo, due volte a Mwene Ditu, nel Kasai, ed una volta a Kinshasa, con due differenti Onlus – l’anno scorso, la missione in Congo è “saltata”, e … mi accorgo che l’Africa mi manca, mi manca il rapporto con I bambini, mi mancano gli odori ed i rumori dell’Africa, mi manca la terra rossa, mi manca l’idea di “avventura” legata ad ogni viaggio in Africa, mi manca anche l’ “ideale” che motiva ogni volontario in partenza per l’Africa, l’idea di fare qualcosa di costruttivo e di contribuire allo sviluppo ed al benessere di questi paesi.
E’ il Mal d’Africa, sicuramente. Una “vacanza normale” non mi potrà mai dare le stesse cose.  
Decido quindi di tornare in Africa, ma di cambiare destinazione.  Le esperienze vissute nella Repubblica Democratica del Congo sono state grandiose ed emozionanti, il Congo rimane il mio primo amore, ma, come ogni volontario “spot”, devo fare i conti anche con esigenze pratiche e molto terra terra, prima tra tutte il costo del viaggio (la Repubblica Democratica del Congo è un Paese costoso, e andare a Mwene Ditu significa prendere due aerei, più una macchina per il trasporto interno; tutto questo alza molto il prezzo), e poi la mia disponibilità a livello di ferie lavorative.
Sempre per un problema di date e di ferie lavorative, mi è impossibile anche pensare di aggregarmi a Don Alfonso ed ai suoi parrocchiani, in partenza per Kinshasa a settembre.
Conosco però da anni un'altra associazione, UnAltroMondo Onlus, con la quale collaborava un mio carissimo amico, che è mancato anni fa.  Avevo già partecipato ad alcune loro giornate di presentazione dei campi di lavoro, quindi avevo già avuto modo di conoscere, seppur di vista, alcuni volontari, che mi erano molto piaciuti sia a livello personale, sia per l’entusiasmo che traspariva dai loro racconti.  Mi aveva favorevolmente colpito anche l’approccio “leggero” che avevo colto. Ho sempre pensato che allegria e leggerezza siano caratteristiche fondamentali del volontario che si reca in Africa :  senza un pizzico di humour, non sarei riuscita a superare le difficoltà delle mie due prime missioni.  L’Africa significa imprevisto, significa dover magari fare il contrario di quello che si è pianificato, significa doversi adattare alle loro usanze ed ai loro ritmi, non ai nostri … e chi è troppo “rigido” e schematico non ce la fa.  Bisogna saper ridere dei piccoli e grandi imprevisti, prenderli con quella leggerezza che è tipicamente “africana”.
UnAltroMondo opera in un'altra parte dell’Africa, principalmente in Senegal ed in Mali. Tra l’altro, so che c’è la possibilità di andare in Mali anche al di fuori delle date “canoniche” dei campi di lavoro.  Questa è sicuramente la soluzione per me migliore.
Inoltre, andare in Mali con UnAltroMondo significa anche in un certo senso portare avanti un lavoro in cui Ivano credeva … già questo mi “basta” per prendere una decisione.  Questa volta, andrò in Mali.
Avrei voluto andarci già durante le vacanze di Natale, ma il tempo per organizzare la partenza era davvero poco, e sarebbe stato un peccato accorciare la fase dei preparativi, che rappresenta una componente importante sia a livello pratico, che a livello emozionale.
Decido quindi di ritagliarmi una decina di giorni durante il mese di luglio, e di partire per questa nuova avventura, un po’ come “volontaria free lance”.  Ancora una volta, sarò la Bridget Jones africana.

Febbraio 2014
Io ed Hilde stiamo decidendo le date del mio arrivo a Bamako.  

Hilde ed Erasmo sono appena tornati, dopo tre mesi di soggiorno a Bamako. Li invidio, nel senso buono: la loro vita è divisa tra l’Africa e l’Italia, ma comunque anche quando sono in Italia … lavorano per l’Africa, si dedicano al volontariato a tempo pieno.  
Decido di partire all’inizio di luglio :  avrò poco tempo, poco più di una settimana, ma, come diceva mia nonna “piuttosto che niente, è meglio piuttosto”; e comunque sono sicura questo sarà solo il primo assaggio della realtà del Mali, già immagino che probabilmente tornerò, magari già il prossimo Natale, vediamo.
Mia unica preoccupazione, dovrò viaggiare da sola (nessun problema, l’ho già fatto due anni fa, andando a Kinshasa), e mi chiedo … Bamako sarà come Kinshasa, dove all’aeroporto siamo sempre state assalite da 100.000 domande, e soprattutto da 100.000 richieste di “mazzette” da parte dei funzionari doganali ? Hilde mi rassicura con una frase che dice tutto: “Bamako non è Kinshasa”, queste dinamiche là non esistono, niente “mazzette” .
E’ la prima grande indicazione della differenza che penso osserverò :  già immagino dovrò fare attenzione a non “dare tutto per scontato”, aver vissuto delle esperienze di missione in Congo non significa che in Mali troverò le stesse cose.  Dovrò cercare di arrivare là con la mente il più possibile “libera”, accettando tutto come completamente nuovo, senza fare alcun tipo di paragone.
Questo mi ricorda il consiglio datomi dal direttore dell’Anpil, in occasione del mio primo viaggio in Congo: “dimenticati tutto quello che sai rispetto a come va la vita qui da noi, e vedrai che andrà tutto bene. I problemi possono nascere solo quando cominci a fare dei confronti, se non ne fai ti godi pienamente l’esperienza“.
Insomma, ancora una volta, come all’epoca della mia partenza per Kinshasa due anni fa, per aggregarmi a Don Alfonso ed agli altri volontari già “in loco”, mi vedo vagare per un aeroporto africano, come Tom Hanks nel film “The terminal” …

Marzo 2014
Grande e gradita sorpresa.

non andrò a Bamako da sola, ma insieme ad una altra volontaria, Anna, che è già stata in Mali la scorsa estate.
Benissimo, perfetto, non aspettavo altro:  io ed Anna ci contattiamo tramite Facebook e poi telefonicamente, ci accordiamo subito per le date del volo di partenza (Anna si fermerà a Bamako tutto il mese di luglio, quindi comunque dovrò rientrare da sola, ma quella sarà una passeggiata !), e prenotiamo.
Già da questi primi approcci ho una ottima impressione di Anna, penso sarà  bello vivere l’esperienza con lei.


Maggio 2014
La partenza per il Mali sembra molto distante.

Sì, ogni tanto ci penso, e ne parlo quando qualcuno mi chiede se ho già pensato alle vacanze estive, ma è ancora qualcosa di remoto.
Ho conosciuto Anna, abbiamo scoperto di avere molti punti in comune: oltre alle esperienze africane, condividiamo una grande passione per l’Inghilterra, per gli inglesi, per la birra, ed entrambe adottiamo la filosofia del “... ma io vado”.   Sarà una ottima compagna di avventura. Abbiamo deciso che, dopo i giochi con i bambini, che ci occuperanno durante la giornata, la sera organizzeremo un corso di conversazione inglese.  A me piacerebbe anche accompagnare Hilde in qualcuna delle sue incombenze più amministrative, visite ai bambini sostenuti a distanza, alle donne a cui è stato concesso il microcredito … insomma, ho già capito che praticamente per 10 giorni non dormirò, mi voglio godere al massimo ogni minuto della mia permanenza in Mali.


Giugno 2014
Oh, finalmente, i preparativi per il viaggio stanno cominciando !  

La fase di "raccolta" (cioè il "racimolare" di cui spesso parlo con Hilde) è sempre elettrizzante: ho cominciato un paio di mesi fa, a chiedere ad amici e conoscenti se avevano vestiti (per bambini e non), o giocattoli vari, da darmi per farli arrivare in Mali, e adesso sta iniziando ad arrivare di tutto di più.
Conosco questa fase, l'ho già vissuta in occasione dei precedenti viaggi , ed è elettrizzante in quanto, anche questa volta, mi rendo conto che anche le persone apparentemente più "fredde" mi portano qualcosa ...  ancora una volta, sono in giro per metrò e treni, con borse, sacchetti e valigie di varie dimensioni, e questo mi diverte molto.

Sul sito di Passatel ho trovato un annuncio di una ragazza che regala una decina di giochi in scatola : fantastico, ci accordiamo, tra l’altro non si trova neanche troppo lontana dal mio ufficio.  Vado a prelevare queste scatole di giochi, “Il tesoro degli Incas”, “Indovina chi”, ed altri che sinceramente non conosco … mi immagino là a giocare con i bambini, e soprattutto mi chiedo come potrò mai fare a spiegarli, questi giochi, ai bambini, in francese e/o magari a gesti … un po’ stile Bridget Jones.  Sicuramente alla fine ci inventeremo qualcosa,  mi fido della inventiva dei bambini.



Metà  giugno 2014
Consegna valigie.

Questa è per me una novità, ero abituata a gestirmi da sola la mia valigia, e le cose da portare in Africa, tutt’al più coordinandomi con gli altri volontari per evitare di portare tutti le stesse cose – invece, noto che UnAltroMondo lavora in modo diverso, ogni volontario partirà con delle valigie “preconfezionate” da Hilde, che (impagabile) ha organizzato una raccolta di valigie vecchie usate, e si è premurata di dividere vestiti, giochi e cancelleria tra tutti i volontari in partenza per il Mali. Penso sia una soluzione molto razionale, in questo modo si sa già  da subito che cosa verrà portato in Africa, ed è più facile organizzare le attività.

Ormai manca poco …

Ah! Dieu... Wade!

Questo è il titolo rosso stampato corpo 150 sulle prime pagine dei quotidiani che sventolano oggi in tutte le strade del Senegal. Nelle boulangerie, sui car rapid incolonnati negli ingorghi immensi di Dakar, fra le bancarelle di Sandaga (il mercato popolare più grande della capitale) tutti i senegalesi mostrano trionfanti il mignolo ancora macchiato dall'inchiostro rosso indelebile, il segno visibile e tangibile di aver ottemperato al proprio dovere cittadino come si dice pomposamente da queste parti, uno dei modi più collaudati di impedire brogli elettorali (chi ha il mignolo rosso non può intruffolarsi in un altro seggio elettorale armato di documenti falsi).
Macky Sall è il nuovo Presidente della Repubblica del Senegal. I dati sono ancora parziali ma la distanza con Wade è incolmabile.
Il sentore della sconfitta del grande vecchio in carica da oltre 12 anni si è incominciato a percepire ieri verso le 16. 30, un ora e mezza in anticipo rispetto alla chiusura dei seggi elettorali prevista per le 18.00 qui in Senegal, quando sono trapelati i primi dati scrutinati dei seggi europei, dove i senegalesi residenti all'estero hanno votato in massa Macky Sall. Il cambio dell'ora legale (due ore in meno di differenza) ha anticipato l'inevitabile. Alle 20.00 in piazza dell'obelisco (la piazza Tahir del Senegal) una folla sempre più grande ha cominciato a radunarsi in attesa fremente della conferma delle loro speranze. Alle 21.30 il segnale è arrivato sotto forma di una telefonata ufficiale di Wade a Macky Sall di congratulazioni per la vittoria riportata.
Un minuto dopo il Senegal ha festeggiato in pure stile senegalese. Tam, tam, djembe, fischietti e gente appesa a qualunque mezzo di trasporto sfrecciavano per le strade, ai lati il resto del popolo inneggiante.
La maggioranza non conosce nemmeno bene il programma elettorale che ha permesso al'ex delfino di Wade, Macky Sall di vincere le elezioni, segno inequivocabile che queste elezioni presidenziali sono state un referendum contro Wade.
Ministri ridotti da 45 a 25, la riduzione delle imposte sui beni di primo consumo e il rafforzamento degli apparati statali (lotta alla corruzione, indipendenza della giustizia etc) sono promesse elettorali tuttaltro che facili da realizzare, in un paese strangolato da anni di neoliberismo incontrollato scandali, corruzioni.
Ma lo spettro di un terzo mandato, con il rischio reale e concreto della successione al potere del figlio Karim alla guida del Senegal per sopraggiunti limiti d'età di Wade (85 anni) si è finalmente dissolto, lasciandosi alle spalle però una lunga striscia si sangue, violenza, repressione e morti occorsi nelle settimane precedenti al primo turno elettorale, il 26 febbraio scorso.
Tutto si è accellerato a partire dal 23 giugno 2011 quando una folla immensa e inferocita di giovani si riversò davanti all'assemblea nazionale costringendo il presidente Wade a ritirare la scellerata riforma costituzionale per la creazione del Vice presidente della Repubblica, una mossa nemmeno tanto ingegnosa per installare suo figlio Karim come suo successore.
Da allora il Senegal è cambiato. Il movimento M23 nato subito dopo i primi scontri, Y'en a Marre (un ampio collettivo di artisti hip hop senegalesi) sono solo due dei tanti gruppi, associazioni, organizzazioni che si sono costituiti in questi mesi mettendo le fondamenta per la costruzione di un soggetto politico inedito finora in Senegal, la società civile, con cui il potere dei partiti politici e il potere religioso espresso dalle tante confrerie religiose dovranno fare i conti a partire da oggi.
Il vento del cambiamento è arrivato. Qui tutti sperano che sia capace di continuare a soffiare ancora per realizzare un nuovo e diverso Senegal. 


Amadi Sonko -  Maurizio Polenghi
pubblicato su Il manifesto 27/3/2012

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