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Luca Sacchi alla Garderie Unautremonde (III) - Siamo ospiti a "casa" dei bambini

di Luca Sacchi

 

Si entra da una porta nascosta dietro alcuni sacchi di plastica pieni di farina di miglio e contenitori di latta con pesce essiccato esposto sopra, a bella posta per clienti e mosche. Gli spazi sono stretti tra una lamiera e l’altra. Ci abitano le donne, nella baraccopoli, donne che sono state ripudiate, violentate, o che hanno subito destini impossibili da raccontare, donne che hanno un futuro identico alla giornata di oggi, di ieri, di un anno fa: frantumare miglio, lavare panni e allevare i figli.

Ci accolgono all’interno di un cortile creato intorno alle quattro minuscole baracche, alte un metro e sessanta, dove vivono in venti. Cinque metri quadrati (forse) guadagnati coi denti. Sabbia per terra, che nei mesi di pioggia diventa fango e liquame vario molto identificato. Non si sa quante persone vivano in questa baraccopoli, che è solo una delle tante che sorgono a sorpresa, qua e là, nel quartiere di Medina. Ma questa è particolare, perché trenta metri più dietro è stata costruita la sede della banca centrale degli stati dell’Africa dell’Ovest (BCEAO).

Mi viene in mente l’amara, gelida e geniale battuta del Marchese del Grillo: “perché io sò io e voi non siete un cazzo”, solo che qui non fa ridere per nulla. Nella baraccopoli sbucano bambini da ogni angolo. Alcuni di loro studiano alla Garderie Unautremonde. Mescolati nei colori dell’asilo ti illudi che, in fondo, siano tutti uguali anche fuori dalla scuola. E solo qui che ti rendi conto che, finito l’orario di lezione, le differenze esistono.

È nella baraccopoli che il progetto prende ancora più corpo e si riempie di significato. Qui i bambini giocano, se non devono lavorare, tra lamiere che escono da ogni dove. Penso alle mie bambine a casa. Penso alle mie bambine crescere qui dentro, lavarsi in una bacinella d’acqua, andare al bagno per strada, lavare i panni, abbandonare la scuola quando ancora non sanno leggere e scrivere, quando ancora non hanno né la capacità lucida di ribellarsi né la possibilità di scappare. Poi partiamo, iniziamo un viaggio infinito verso la periferia di Dakar.

Le strade si riempiono sempre più di auto, di polvere, di car rapid, di smog, di detriti, di pneumatici dimenticati, di gente in eterno movimento. Le case prendono maggiore dimensione, le condizioni generali peggiorano. Un bambino trascina un’enorme testa di bue. Arriviamo a Ben Barack dove l’organizzazione ha costruito un’altra scuola, riuscendo però a comprare il terreno ed edificare. È bella, la scuola. Elementari e medie, seguendo la terminologia dei miei tempi, e c’è anche un’aula computer. Sulle lavagne, in uno spazio apposito, viene scritto il programma del mese. È sorprendente vedere come la didattica sia simile alla nostra.

Fuori dalla scuola i bambini del quartiere ci fanno festa. Passa più di un adulto che ci dice grazie. Poi ancora in macchina, verso il villaggio di Sanghè. La terra è devastata dalle costruzioni, dalle macerie e dal cemento. Non rimane nulla di quella che una volta dev’essere stata una meraviglia. Andiamo al villaggio per verificare come procedono i progetti in corso e per portare le condoglianze alla famiglia di un collaboratore morto lo scorso dicembre. Qui le case sono di fango, ma le immancabili lamiere sono usate come tetti e porte. Chiediamo di andare in bagno, ma questo non ve lo racconto. È buio quando si torna a casa, fuori e dentro di noi.

Maurizio, che cura le iniziative in Senegal per l’organizzazione, una volta usciti ci dice con orgoglio: “ma avete visto come sono vestiti”? E ha ragione, ad esserne orgoglioso.

Dakar, Martedì 27 Marzo 2012

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