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Racconti dai campi in Mali

Mali 2012

Tornato dal Campo 2012 Davide ha scritto:

Ho buttato via il dizionario

Finalmente mi sono deciso.

Ho una penna tra le mani ed ora tutto può succedere.

Ne sono pienamente consapevole.

Non è facile, a distanza di una settimana dal mio ritorno in Italia, trovare anche solo un briciolo di lucidità per raccontarvi di tutto questo trambusto, che da giorni, abita il mio stomaco e che in un certo senso, si diverte a giocare col mio cuore, alterando il mio respiro.

Durante gli ultimi giorni di permanenza al campo di lavoro a Bamako, pensavo a come potessi descrivere ai miei amici questa esperienza, senza risultare banale o comunque limitandomi ad elencare soltanto qualche episodio particolare.

In realtà non credo esista un modo più o meno valido per farlo, perché in questi casi il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Inutile quindi cercare logica dove domina l’istinto.

Senza troppo pensare, vi direi quindi senz’altro: “In Africa ho trovato il vero significato alle parole più importanti”e il mio intervento potrebbe benissimo finire così, ma voi giustamente potreste lamentarvi di una spiegazione frettolosa come questa.

Ma io insisto e aggiungo: Buttate quindi il vostro “Zanichelli” o il vostro “Garzanti” perché qui è solo carta, non serve a nulla.

Ho così tante immagini stampate nella mia testa, che potrei quasi fare a meno delle miriadi di fotografie fatte da Francesco (mio fratello).

Ho imparato tantissimo dal Mali, dal suo popolo stupendo.

Ho capito che un SORRISO non è solo cortesia, ma pura espressione di felicità e di ringraziamento per aver in qualche modo contribuito, alla loro stessa felicità.

Forse è proprio questo lo scambio equo e solidale.

C’è così tanta sincerità in quei SORRISI, che da soli aiutano a superare ogni momento di difficoltà affrontate in quei giorni e soprattutto regalano una sensazione di pienezza, mai provata prima.

Probabilmente non abbiamo fatto molto in concreto per questi bambini, ma solo il fatto di aver dedicato a loro del tempo, li ha fatti sentire meno dimenticati dal mondo e questo, per loro, credo possa essere una cosa preziosa.

In realtà, sono pronto a scommetterci, siamo noi ad esserci arricchiti di più.

Una ricchezza che non ha prezzo, ve lo posso giurare.

Fanno a gara per tenerti la mano perché tu per loro sei speciale, vogliono gustarti fino in fondo e ti seguirebbero in capo al mondo, se necessario.

Ho capito poi che la LIBERTA' non è così irraggiungibile come si può immaginare, ma che vive nelle cose più semplici.

Ricordo ancora quel pomeriggio dove improvvisamente, durante le attività sportive, siamo stati sorpresi da una pioggia fortissima ed i bambini, al contrario di come sarebbe successo in Italia, continuavano imperterriti a giocare, con ancora più energia, quasi rubassero l’essenza della vita stessa, dall’acqua.

Questo è il quadro che rappresenta la LIBERTA'.

Pagherei per assistere ancora una volta ad un simile spettacolo!

Altra parola completamente rivalutata è ACCOGLIENZA.

Non ci sono parole, quando ogni persona ti ringrazia per quello che stai facendo, vestendo ognuno di noi di un’importanza smisurata, al limite dell’imbarazzo.

Ogni volta è una festa in nostro onore, come quel giorno in visita al villaggio natale di Idrissa (responsabile del sistema scolastico del quartiere Kalaban di Bamako), dove in pochi minuti, abbiamo stretto la mano a centinaia di persone e dove la loro favolosa ACCOGLIENZA, fatta di balli tradizionali delle donne e di discorsi commoventi sul nostro importante aiuto  nonostante l’attuale situazione politica maliana, si è conclusa con un impensabile dono, tutto per noi.

Un montone.

Si avete capito bene, un montone.

Un gesto veramente incredibile che ha mosso i nostri cuori talmente tanto, da far quasi tremare la terra sotto i nostri piedi.

Quante cose avrei da dirvi, amici miei, potrei scrivere un libro e comunque non basterebbe.

Che dire poi della BELLEZZA?

La BELLEZZA di questa gente è unica, perché è ancora immacolata e immune all’esigenza di apparire a tutti costi, come accade in occidente.

Nessun filtro.

Visi che parlano di verità.

Un coraggio di affrontare la vita rispondendo, a qualsiasi ostacolo, con un “Pas de probleme” (nessun problema, a tutto c’è un rimedio).

La BELLEZZA quindi è tutta lì, nel mostrarsi per come si è, senza dover ricorrere a chissà quale mezzo.

Come la vedi, la riconosci e qui si trova in ogni angolo, in ogni gesto o più semplicemente, in ogni persona.

Vorrei parlarvi adesso di SOLIDARIETA'.

Abbandonate subito l’idea che sia un modo per lavarsi la coscienza e per farci belli davanti al giudizio della gente.

Noi occidentali siamo fatti così: se per una volta facciamo qualcosa di buono, la prima premura è quella di farlo sapere a più gente possibile, sottolineando il nostro nome.

Non importa se il tutto sia andato a buon fine o meno, bensì l’importante è sentirsi “Salvatori della patria”.

Ovviamente in Mali, non è esattamente così.

L’essere solidali è un fattore culturale.

Un sentimento presente da sempre nel dna.

Un bisogno di sentirsi uniti, perché solo così si è più forti.

Aiutarsi l’uno con l’altro è una regola.

Quante cose avrei da dirvi, amici miei, potrei scrivere un libro e comunque non basterebbe.

Ora però mi fermo qui, perché fatico a mantenere a lungo una certa lucidità e il Mali non si merita concetti confusi.

Un’esperienza come questa è un po’ come vivere un amore appena nato.

Troppo emozioni in così poco tempo creano un piacevole scompiglio, ma rendono la vista alquanto sfuocata.

Lasciatemi solo ringraziare tutte le bellissime persone con la quale ho avuto l’onore di condividere tutto questo.

Grazie ad Erasmo, Hilde, Veronica, Francesco, Claudia, Margherita, Giorgia, Barbara, Idrissa, Madame Omou, Abdoulaye e Souleymane.

Vi porterò sempre nel mio cuore, perché siete stati parte di alcuni dei giorni più belli della mia vita e non è cosa da poco.

Assieme abbiamo riso, pianto, riflettuto e condiviso situazioni che non tutti avranno il privilegio di provare.

Abbiamo semplicemente vissuto e per quanto mi riguarda, non succedeva da un po’.

Con qualcuno di voi è nata anche un’ottima amicizia, che spero di poter coltivare nel tempo e spero si mantenga intatta nel suo spirito originale.

Concludo con una promessa: “Mali questo non è un addio, ma un arrivederci!”.

Grazie davvero con tutto l’amore del mondo.

Davide V.


Mali 2011

Tornato dal Campo 2011 Silvia ha scritto:

L'insegnante-volontaria arriva a scuola

L'accesso più breve alla scuola, per noi, non era il principale: passavamo attraverso un arco cioè un buco in un muro di recinzione che comunicava con un grande spazio alle spalle degli edifici.
Appena venivamo avvistati dagli allievi-sentinella una marea di bambini ci correva incontro.
Le mani,volevano prenderci per mano, ne avevamo uno per dito, altri si dovevano accontentare di un nostro pezzo di maglietta.

Quasi non riuscivamo a camminare.
Ma con il passare dei giorni abbiamo trovato un passo comune.
Il nostro sorriso, il loro sorriso;
noi grandi, loro piccoli;
noi pochi, loro tanti;
noi bianchi, loro neri;
la nostra lingua, la loro lingua;
la nostra cultura, la loro cultura . . .

Non potevamo andare in fretta, perchè non eravamo soli, perchè ci dovevamo sorridere, perchè dovevamo essere" accompagnati", perchè i bambini  dovevano fare cambio nello starci vicini…
Se chiudo gli occhi sento il terreno sotto i piedi, diverso come se un passo fosse un vero passo, sento le loro voci, sento il loro calore, vedo i loro sguardi…
Abbiamo tutti bisogno di guardare avanti con altri, di essere insieme, di sentirci voluti, accettati.
Condividere ciò con bambini che guardano fiduciosi alla vita e si affidano a te che vedi più lontano, è una sensazione meravigliosa.
Sono serena nell'essere tornata a casa ma ogni tanto chiudo gli occhi e . .

Silvia G.


Mali 2010

Inaugurazione della Biblioteca scolastica a Banconi (agosto 2010)

Durante il campo di lavoro organizzato da UnAltroMondo a Bamako in Mali, nell'ambito del gemellaggio tra la Scuola Media G. Perotti di Torino e l'Ecole Fondamentale Sikoro D-E, il 12 agosto 2010 è stata inaugurata una biblioteca di oltre 300 libri. Si tratta della prima biblioteca aperta presso una scuola pubblica del Mali. All'evento hanno partecipato i responsabili italiani del progetto "Una biblioteca per Sikoro", Lella Perosino e Beppe Lanino, i volontari italiani e i responsabili maliani del campo di lavoro, i direttori e gli insegnanti dell'Ecole Fondamentale, un rappresentante del Ministero della pubblica istruzione maliana e il capo del quartiere di Banconi al quale sono state simbolicamente consegnate le chiavi della biblioteca.

Lella P.

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Dalla lettura al teatro: una nuova esperienza per i bambini maliani (agosto 2010)

L'idea di realizzare un piccolo spettacolo teatrale con protagonisti i bambini del campo estivo era nata l'anno precedente, durante la lettura di una fiaba in classe con i ragazzini più grandi, quelli che conoscono già il francese, un testo fatto di tanti dialoghi, in cui ogni alunno doveva leggere una parte a turno. Visto che l'entusiasmo per questo tipo di lettura collettiva alternata era stato grande, perché non spingersi oltre: recitare come gli attori in teatro o in TV?

Ovviamente tutti i bambini del campo avrebbero coperto un ruolo nella recita, almeno come comparse, e tutti avrebbero dovuto partecipare alla creazione della scenografia e delle maschere. Un lavoro di equipe per volontari e alunni ….

Serviva una storia breve e semplice, che potesse coinvolgere tutti i bambini (e sono più di 150 !!! ), almeno nel ruolo di comparse. E' venuta subito in mente la fiaba del Pifferaio di Hamelin… facile trasportare il racconto dei fratelli Grimm dalla cittadina tedesca a Bamako: anche qui i bimbi, tantissimi, ci sono; i ratti, tantissimi, pure. Anche il fiume c'è, il grande Niger al posto della piccola Weser, ma poco importa dove far affogare i fastidiosi ratti …

Dall'Italia portiamo il flauto, un abito da monaco per il pifferaio, le maschere grezze dei topi, carta da pacco, cartoncino colorato, carta crespa, lana, colla. Tutto il resto nasce sul posto: il villaggio, la foresta, il fiume, i nasi e i baffi dei topi, le maschere dei gatti, i dialoghi, la traduzione per chi non conosce il francese, i giovani attori improvvisati, e i meno giovani registi, coreografi e assistenti alla produzione.

Si comincia con la lettura in classe per i più grandi, e il racconto verbale per i più piccoli con traduzione in lingua bambara, si consegnano copie dei testi ai due protagonisti principali: il borgomastro, pardon, il capo villaggio, e il pifferaio, sono le ragazze ad offrirsi, i maschi sono troppo timidi oppure impegnati con il torneo di calcio che si svolge in parallelo.

Durante le due settimane del campo, si tagliano e si incollano baffi, nasi e monete d'oro, si preparano le scenografie, si provano i dialoghi in classe, e si continua a leggere e ripetere a voce la storia in francese e in bambara, in modo che tutti abbiano ben in mente la trama della piccola storia (cittadina infestata da ratti ingaggia forestiero per farli sparire con l'aiuto di un flauto magico, al rifiuto di dare il compenso promesso, il pifferaio far sparire anche i bambini).

La prima prova all'aperto nell'immensa area della scuola pubblica si rivela un disastro: è praticamente impossibile dirigere e tenere a freno 150 bambini maliani scatenati dall'entusiasmo, lo schiamazzo è insopportabile, la confusione totale. Quando da copione i ratti devono inseguire i gatti per la città, partono tutti, fuori dal cortile della scuola, oltre lo stradone, topi dietro ai gatti, e il resto del pomeriggio passa per recuperare i fuggitivi per il quartiere.

Ma viene un'idea che si rivela geniale: per ogni ruolo, i piccoli attori devono seguire un proprio leader: il capo dei ratti, il capo dei gatti, il capo dei cittadini contestatori, il capo dei bambini. Così, insieme al traduttore e ai due protagonisti principali gli interlocutori da 150 diventano 7, tanti quanti i volontari in azione.

Non c'è più tempo per le prove generali, sabato mattina si va in scena, durante la consueta festa di fine campo.

Fortunatamente. la rappresentazione si svolge nel cortile della più piccola scuola umanista, circondato da muri, cespugli e recinti e per l'occasione pieno di sedie e tavoli per far accomodare gli ospiti. Pochi gli ospiti per dire la verità, nel 2010 la celebrazione del Ramadan cade in agosto, così gli abitanti del quartiere e i genitori osservano il digiuno e abitualmente non partecipano a feste e danze. Quindi soli i tubabu italiani dell'altro campo, i responsabili della scuola e i loro più stretti collaboratori, oltre agli altri bambini del quartiere che non hanno partecipato al corso estivo, e che si affacciano ora da sopra i muri, tra i cespugli e lungo i recinti. Mezz'ora per preparare la scena; il villaggio, la foresta, il fiume, una sedia per il capo villaggio, il resto è lasciato all'immaginazione.

Lo spettacolo prende avvio in modo composto, lettura introduttiva in francese, traduzione in bambara, e poi, accompagnati dal tamburello, entrano in scena i ratti: tanti piccoli bimbi in fila indiana, con le loro maschere grigie con il naso rosso e i baffi di lana, teneri teneri, come tanti piccoli innocui topini di campagna. Fanno il giro composto, ma poi, alla famosa parola d'ordine: "caccia ai gatti" partono, inseguono le loro prede con insospettata grinta e aria minacciosa. I gatti scappano, come sempre, ai quattro venti, ma arginati dai confini della struttura scolastica diventa più facile recuperarli e trasformarli nel prossimo ruolo, via la maschera, diventeranno tanti innocenti bambini. I ratti no, a loro tocca ancora una volta. Quindi occorre tenerli separati dagli altri, rimettere a posto le maschere tolte nella foga, aggiustare qua e là gli elastici rotti e soprattutto farli tacere: una dura sfida per gli assistenti registri dietro le quinte!

Dopo la caccia ai gatti ecco la protesta dei cittadini di fronte al capo villaggio. Gridano "Chassez les rats!" con enfasi e convinzione. Due giri davanti all'immaginario municipio, e si ritirano con rammarico. Fare chiasso su richiesta non succede tutti i giorni!

Poi tocca al suonatore di flauto, che ha imparato bene la sua parte, e dopo le trattative con il capo villaggio, conduce i ratti/topini nel Niger. Non riesce bene il tuffo nell'acqua, mancano i materiali scenici, ma i ratti spariscono e tolte le maschere passano al loro ruolo successivo, quello dei bambini.

Nel frattempo l'avaro capo villaggio imbroglia il pifferaio e gli nega la giusta ricompensa. Così l'accalappiatopi minaccia: "Sentirai una melodia che non ti piacerà", e a suon di piffero, conduce i bambini dentro la foresta da dove non usciranno più. La scena si svuota, e visto che narratore e traduttore, senza accorgersi, si sono dimenticati da tempo di commentare gli avvenimenti, il capo villaggio si alza e improvvisa esclamando "Ho fatto un errore, mi dispiace".

Così lo spettacolo si conclude, tra gli applausi anticipati di un pubblico apparentemente divertito, senza che si faccia cenno alla morale della favola, all'importanza dell'onesta e alla spregevolezza dell'avarizia e dell'avidità. Ma soprattutto al significato vero della leggenda: Il valore dei bambini, senza i quali non c'è futuro per nessuna comunità. Ma i maliani lo sanno, forse per questo ne hanno così tanti in questa terra così povera e difficile.

L'anno prossimo toccherà ad una fiaba africana, magari quella nigeriana "Come il colibrì diventò il re degli animali". Tanti protagonisti, moltissime maschere e facili scenografie: cominciamo a pensarci e a raccogliere il materiale!

Hilde M.

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Mali 2007

Testimonianza di Beppe

7 TUBABÙ A BAMAKÒ

AGOSTO 2007 : SCUOLE APERTE IN MALI

Il Mali è conosciuto in Italia quasi unicamente per la ex-mitica Timbuctu e per la “magica” popolazione Dogon della falesia di Bandiagara. Secondo ottimistiche stime solo un italiano su mille sa che la capitale del Mali è Bamako e, addirittura, soltanto uno studente su diecimila sa che è possibile fare qualcosa di concreto per permettere ad un proprio coetaneo del Mali di frequentare almeno la scuola primaria. Gli studenti della scuola media Perotti di Torino, grazie al gemellaggio con la scuola primaria del poverissimo quartiere di Banconi a Bamako, promosso a partire dall’anno scolastico 2004/05 dalla professoressa Lella Perosino, fanno parte di questo ristretto numero di “esperti”, specializzati in cooperazione con istituti scolastici pubblici del Mali. E’ proprio grazie alla spinta generosa ed entusiasta di questi ragazzi e alla essenziale collaborazione e organizzazione dell’associazione umanista UnAltroMondo di Sesto San Giovanni, che sette volontari italiani hanno deciso di dedicare venti giorni delle loro ferie di agosto ai bambini delle scuole primarie di Kalaban-coura e di Banconi, quartieri molto poveri di Bamako, portando direttamente alle scuole menzionate 250 Kg. di materiali scolastici raccolti dagli allievi della S.M. Perotti e, soprattutto, proponendosi come insegnanti per tre ore al mattino e come animatori per due ore nel pomeriggio. Bene, ora, siamo rientrati tutti e sette in Italia, sani e salvi e anche un po’ “cambiati”, consapevoli di aver “dato” tanto e di avere ricevuto tantissimo: non è descrivibile quello che è rimasto dentro ciascuno di noi, le immagini delle esperienze vissute ritornano spesso in mente e suscitano grandi emozioni e commozione. Il vissuto tra i bambini di Bamako, nei loro quartieri, nelle loro case e con le loro famiglie, perché lì siamo stati sempre, ha modificato il nostro modo tanto, troppo occidentale di vedere le cose, di concepire l’educazione e l’istruzione, di pensare a modelli di cooperazione…..andremo avanti con il progetto cercando da subito, in Italia, di promuovere il gemellaggio con altre scuole, di sensibilizzare il maggior numero di persone possibile sull’importanza delle adozioni scolastiche a distanza, di raccogliere materiali scolastici adatti alle esigenze della scuola maliana…….e in Mali? Beh, speriamo di tornare nell’agosto 2008 con nuovi volontari per riuscire a tenere aperte tante scuole pubbliche di Bamako, di Segou, di Mopti…..di Timbuctu e dei villaggi Dogon della falesia di Bandiagara……ah, dimenticavamo: l’italianizzato “tu babù”, in bambarà, significa “uomini bianchi”…..i bambini per strada ci chiamavano così, chissà perché???


Beppe  L.
Testimonianza di Lella

Perché tornare in Mali un’altra volta

“Per quanto tempo un tronco stia in un fiume, non potrà mai diventare un coccodrillo”, così recita un detto maliano trasmessoci oralmente, secondo l’antica tradizione dei griot, da Soulyname, la guida che ha organizzato e ci ha accompagnato durante le escursioni a Siby e a Djennè. Mi piace iniziare così questa breve riflessione perché, nonostante tutto, sono ancora “un tronco” e non potrò mai essere un coccodrillo, il che tradotto in termini più comprensibili diventa: sono e rimarrò “un bianco” e non sarò mai “un nero”….. L’assunto rimane e non può che essere così, troppe caratteristiche ci differenziano: tradizioni, cultura, abitudini, vissuti, quotidiano, sogni, speranze, eccetera, eccetera e ancora eccetera, però dopo questa esperienza posso dire che mi sento finalmente molto vicina all’Africa, forse per la prima volta sono riuscita a “entrare” veramente in una situazione, a condividere un pezzetto di strada per cui una parte di me non è più solo bianca (chissà se anche il pigmento della mia pelle capirà il messaggio?)!

In Mali ero già stata a Natale del 2003 con un viaggio di turismo responsabile organizzato dall’associazione “UnAltroMondo” e proprio allora era nato il mio innamoramento per i maliani e per il loro bellissimo Paese; i giorni del viaggio dedicati ai progetti seguiti dall’associazione, infatti erano stati illuminanti, soprattutto i momenti dedicati alla collaborazione con le scuole frequentate dai bambini sostenuti a distanza e seguiti dai volontari africani, mi avevano fatto capire che proprio come insegnante avrei potuto fare molto in Italia. E così al mio ritorno iniziò la collaborazione con la scuola di Banconi, il gemellaggio con la Scuola Media Perotti, il sostegno di più bambini, la raccolta di materiale didattico e le altre iniziative.

Però mancava qualcosa…. o meglio, mi mancava qualcosa, sì perché nonostante che da sempre abbia amato vagabondare per il mondo e impegnarmi in tante esperienze di conoscenza e di testimonianza, non ero mai riuscita a concretizzare la mia presenza in un altro “mondo”, spesso, infatti, ero spinta dalla voglia di partire e di fare, poi però mi fermavo alle domande: “Che cosa potrei fare? In cosa potrei essere utile?” cui in genere rispondevo con delle obiezioni: “Non sono un medico o un infermiere, non sono un tecnico o un agronomo e inoltre non conosco neanche benissimo le lingue, come potrei essere utile?”.

Sbagliavo o forse non era ancora arrivato il momento giusto. L’occasione invece era lì alla portata, bastava volerla vedere e così ho iniziato a collaborare con Eleonora dell’Associazione “UnAltroMondo”, per costruire questo progetto, per provare a portare dieci bianchi a Bamako ad agosto a lavorare nelle scuole dei quartieri più poveri. Da dieci siamo poi diventati sette, abbiamo dovuto affrontare diversi problemi e non posso dire che non sia stato impegnativo e faticoso, anzi…. però il gruppo ha lavorato compatto per un progetto comune, ci siamo conosciuti e sostenuti e insieme abbiamo vissuto un’esperienza ricca e coinvolgente: le emozioni spesso ci avvolgevano e ci coglievano sempre impreparati perché toccavano i punti più scoperti e veri di noi.

Quanti occhi di bambini, sguardi, sorrisi e ancora quante donne e uomini abbiamo incontrato e sono tutt’ora presenti in noi, anzi ne fanno parte… e allora scopri che puoi essere molto utile perché quello che fai è utile e serve immediatamente, hai un riscontro quasi in tempo reale e questo ti fa capire e ti dà la consapevolezza di quante energie spesso si disperdano in questo “nostro amato mondo” dove molte volte si perdono di vista le reali priorità per rincorrere e perdersi in mille direzioni.

Che dire ancora? Sicuramente è faticoso riprendere la vita normale, ancora adesso, a distanza di venti giorni, continuo a sentirmi spaesata e confusa, cerco di assumere ritmi africani e questo mi aiuta a scegliere e a stabilire le mie priorità…. Spero di ricordarmene tra qualche mese quando tutte le attività italiane saranno ormai a pieno ritmo e sarà più difficile proteggersi. Sicuramente mi aiuteranno i tanti bambini che da agosto non mi lasciano più e la certezza che il Mali fa ormai parte della mia vita.

Non resta che iniziare a progettare il prossimo campo di lavoro per l’estate 2008.

Lella P.

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